La pesca dei fasolari e degli altri molluschi in Friuli Venezia Giulia attraversa una fase sempre più difficile. Secondo Confcooperative, nel 2025 tra Marano e Grado è venuto meno oltre un milione di euro di indotto e in regione sono rimaste appena 32 imbarcazioni impegnate nella pesca specializzata dei molluschi. Di fronte a una crisi che interessa più territori dell’Alto Adriatico, prende corpo l’ipotesi di un tavolo tecnico con Ministero, Regioni e rappresentanze del settore.
Quando pescare non basta più a sostenere l’impresa
Il dato che racconta meglio la crisi non è soltanto quello delle catture. È quello delle barche che non escono più in mare.
“Alcune imbarcazioni sono bloccate in porto da più di due anni”, ha spiegato Marino Reggeni, presidente del consorzio fasolari COGEMO, durante il confronto svoltosi nei giorni scorsi a Marano Lagunare con l’europarlamentare Anna Maria Cisint e i rappresentanti locali del comparto.
È qui che il problema cambia dimensione. Se la disponibilità della risorsa non consente più di coprire stabilmente i costi dell’attività, la difficoltà biologica diventa rapidamente economica, occupazionale e produttiva.
Achille Ghenda, responsabile regionale di Confcooperative Agroalimentare e Pesca, ha quantificato in oltre un milione di euro l’indotto perso nel 2025 tra Marano e Grado, indicando in appena 32 le imbarcazioni rimaste in Friuli Venezia Giulia nella pesca specializzata dei molluschi.
“Pescare oggi non è più economicamente sostenibile, si sopravvive a malapena”, ha sintetizzato Ghenda.
Parole che fotografano un settore in cui la riduzione delle possibilità di pesca non coinvolge soltanto armatori ed equipaggi. Quando un’imbarcazione resta ferma, l’effetto si propaga sulla commercializzazione, sui servizi, sulle cooperative e sulle attività che ruotano attorno alle marinerie.
Una crisi che non si ferma a Marano
Il punto, infatti, è che Marano e Grado non possono essere considerate un caso isolato.
Le difficoltà dei molluschi stanno interessando diversi tratti dell’Alto Adriatico, pur con caratteristiche e intensità differenti. In Veneto, nei mesi scorsi, il confronto sulla crisi della pesca nell’Alto Adriatico aveva già portato al centro dell’attenzione la drastica riduzione della produzione di vongole e il fermo di numerose imbarcazioni.
Questo non significa attribuire automaticamente a un’unica causa situazioni diverse. Significa però riconoscere che marinerie confinanti stanno affrontando problemi capaci di mettere in discussione la continuità stessa di alcune attività specializzate.
Ed è proprio su questa scala che la questione dei fasolari diventa più ampia della singola emergenza locale.
Dal Friuli Venezia Giulia l’ipotesi di un tavolo con il Ministero
Dal confronto di Marano è emersa l’ipotesi di istituire un tavolo tecnico che coinvolga il Ministero, le Regioni interessate dell’Alto Adriatico e le rappresentanze delle categorie.
Non si tratta ancora di un organismo costituito. È una proposta sulla quale lavorare, con l’obiettivo di mettere a confronto dati, criticità ed esigenze dei diversi territori e provare a costruire una strategia condivisa.
Per Anna Maria Cisint la dimensione interregionale è ormai indispensabile. L’europarlamentare ha riconosciuto il sostegno assicurato negli ultimi anni dalla Regione Friuli Venezia Giulia al settore, richiamando in particolare l’azione dell’assessore Stefano Zannier, ma ha indicato nella collaborazione tra territori il passaggio necessario per affrontare una crisi che riguarda l’intero Alto Adriatico.
Fare sistema, però, avrà valore soltanto se al tavolo arriveranno dati comparabili e obiettivi concreti.
Per le imprese servono risposte su almeno tre fronti: comprendere l’evoluzione della risorsa, valutare gli strumenti utilizzabili durante le fasi di forte riduzione dell’attività e costruire condizioni che permettano alla pesca specializzata di recuperare sostenibilità economica.
Il nodo europeo rende il confronto ancora più urgente
Sullo sfondo c’è anche il futuro delle risorse comunitarie.
Cisint ha espresso una valutazione fortemente critica sulla proposta europea per il bilancio 2028-2034, contestando il superamento dell’attuale configurazione del FEAMPA e chiedendo risorse dedicate più consistenti per pesca e acquacoltura.
Il quadro va però letto con precisione. L’attuale Fondo europeo per gli affari marittimi, la pesca e l’acquacoltura dispone di 6,108 miliardi di euro per il periodo 2021-2027. Nella proposta per il ciclo successivo, la Commissione prevede una diversa architettura finanziaria: all’interno dei Piani di partenariato nazionali e regionali sarebbe garantita una dotazione minima di 2 miliardi di euro per alcune componenti fondamentali della Politica comune della pesca, mentre ulteriori risorse potrebbero essere destinate al settore attraverso gli stessi piani e altri strumenti europei. È il quadro illustrato dalla Commissione europea sul bilancio 2028-2034 per pesca e acquacoltura.
È dunque una proposta ancora inserita nel percorso negoziale sul prossimo bilancio europeo, non un assetto definitivo.
Per questo un eventuale tavolo dell’Alto Adriatico potrebbe avere una funzione che va oltre la gestione dell’emergenza: portare ai livelli nazionale ed europeo una fotografia comune del comparto prima che altre imbarcazioni escano definitivamente dalla pesca.
Perché il rischio, a Marano come nelle altre marinerie coinvolte, è ormai molto concreto: non perdere soltanto produzione, ma perdere imprese, professionalità e una pesca specializzata che, una volta uscita dal mercato, sarebbe difficile ricostruire.













