In questi giorni stiamo assistendo ad una crescita esponenziale dell’attenzione sugli avvenimenti nel nostro Mare Mediterraneo per la concomitante potenziata presenza del naviglio militare di bandiera USA, ufficialmente giustificata da una presunta tensione tra gli Stati Uniti e l’Iran, e le frequenti segnalazioni di “avvistamenti” di navi etichettate come appartenenti ad una “flotta fantasma russa”, cioè facente capo all’altra, antagonista, potenza mondiale.
Di riflesso, in questo contesto, si assiste ad un accresciuto dinamismo su questo importante scacchiere marittimo da parte di tutte le altre potenze direttamente o indirettamente interessate.
Se tutto ciò, in realtà, è materia per gli analisti di difesa militare, tuttavia si ha la conferma di quanto sia divenuta delicata la partita geopolitica che si sta sviluppando sul Mediterraneo e impone che tutti i Governi prestino la dovuta e massima attenzione anche agli altri settori coinvolti in questa partita, preservando in particolare gli aspetti di natura scientifica e commerciale.
Ne discende, in particolare, la necessità della costante difesa dei diritti e degli interessi nelle acque circostanti i propri territori da parte degli Stati che si affacciano sul Mediterraneo, con il ricorso, soprattutto ad una “pianificazione” a 360 gradi degli spazi marittimi.
Tale esigenza trova la sua massima espressione nella Convenzione Internazionale sul Diritto del Mare del 1982 ma che ancora adesso, a distanza di qualche decennio, continua ad incontrare criticità applicative nel nostro Mare Mediterraneo a causa sia della sua ristretta conformazione di mare semichiuso e sia per la forte instabilità di diversi Stati che vi si affacciano.
Un esempio su tutti l’istituzione delle ZEE, cioè delle zone economiche esclusive oltre i limiti esterni del mare territoriale, di cui ho trattato in passato, che nelle previsioni convenzionali doveva essere improntata come una “area” negoziale tra gli Stati ma che, di fatto, nel nostro Mediterraneo si è tramutata, in diversi casi, in azioni provocatorie unilaterali o in accordi bilaterali che hanno avuto come scopo quello di “ingabbiare” gli interessi e i diritti di altri Stati confinanti, in evidente contrasto con i principi convenzionalmente posti.
Certamente ai governanti italiani può essere imputato l’eccessivo ritardo con cui è stato avviato l’iter per l’istituzione della ZEE italiana, o per essere più precisi la notifica alla segreteria dell’ONU della manifestazione di volontà della sua istituzione, azione propedeutica obbligatoria per l’avvio di una “concertazione” con gli Stati confinanti o direttamente interessati, secondo i dettami della Convenzione.
Queste concertazioni rappresentano una sorta di negoziati diretti per la risoluzione delle controversie con mezzi “pacifici” diplomatici per evitare che si debba ricorrere ai mezzi giuridici indicati nella stessa Convenzione che però, a mio avviso, aumenterebbero il grado di incertezza della loro risoluzione.
Nel settembre del 2025, lo Stato Italiano, facendo seguito alla proclamazione dell’istituzione della propria ZEE avvenuta con la legge n.91/2021, con il decreto del Presidente della Repubblica n. 193 ha regolamentato, individuandole, talune porzioni della stessa ZEE ricadenti precisamente nel Tirreno Centro-Meridionale, nell’Adriatico Settentrionale e Centro-Meridionale e nello Ionio.
In pratica è stato possibile compiere un primo passo giuridicamente rilevante laddove erano già esistenti appositi accordi, come con la Croazia e con la Grecia, o comunque non vi erano diritti ed interessi riconducibili ad altri Stati.
Restano, pertanto, attualmente ancora irrisolte le problematiche insorte soprattutto con gli Stati frontisti del Nord-Africa, che però rispetto al nostro si sono mossi in anticipo e con maggiore aggressività ponendoci, di fatto, in una situazione di iniziale svantaggio, soprattutto in materia di pesca d’altura, nonostante i forti interessi marittimi che l’Italia avrebbe dovuto opportunamente rivendicare per la sua geografica centralità nel Mediterraneo.
Stesso discorso vale anche nei confronti di altri Stati Europei come Malta e soprattutto la Francia con la quale permangono ancora aperte le questioni relative alla delimitazione degli spazi marittimi prospicienti la Corsica e al discutibilissimo accordo con l’Algeria in quanto ponendosi entrambe arbitrariamente come Stati frontisti hanno sottratto porzioni di mare immediatamente adiacenti al mare territoriale italiano al largo della Sardegna.
In definitiva, il lodevole principio di una uniforme gestione giuridica delle zone marittime oltre i mari territoriali sta diventando un pretesto per alcuni Stati per creare terreni di scontro nel corso del quale trarre i maggiori profitti possibili.
In tale contesto, già di per sé poco rassicurante, va segnalato che la stessa Unione Europea continua nella progressiva imposizione di sempre maggiori sacrifici ai pescatori europei attraverso notevoli restrizioni sulla propria operatività di pesca con la conseguenza che quelli siciliani, in particolare, dotati di una consistente flotta d’altura, risultano quelli più fortemente penalizzati.
Ma queste aree marittime, un tempo note semplicemente come “acque internazionali”, sono state recentemente oggetto anche di un altro traguardo giuridico internazionale.
Infatti, lo scorso 17 gennaio, è entrato in vigore il Trattato sull’ Alto Mare del 19/06/2023 che rappresenta il Terzo “Accordo” di attuazione della Convenzione Internazionale sul Diritto del Mare e che, a livello globale, è stato accolto con una certa enfasi soprattutto dalle Comunità scientifiche.
Anche in Italia le Associazioni ambientaliste sono andate in fermento rimproverando al nostro Governo la mancata ratifica di questo Accordo nonostante il nostro Paese sia stato in passato uno dei principali fautori di questa iniziativa.
Le cose vanno guardate in maniera realistica poiché, come nel caso delle ZEE, nel nostro Mare Mediterraneo le molteplici ed intrinseche criticità assumono maggiore rilevanza.
Difatti, mentre negli spazi oceanici, grazie alla pronunciata estensione delle aree marittime, l’Alto Mare costituisce una importante porzione degli stessi, nel nostro Mare Mediterraneo, benché l’Alto Mare venga inteso come al di fuori della giurisdizionale nazionale, esso, per la Convenzione, non include le ZEE la cui estensione, ricordiamo, è fissata fino ad un massimo di 200 miglia marine dalla linea di base.
Si comprende, quindi, che le possibilità di un Alto Mare convenzionale siano pressocché nulle nel caso del Mediterraneo proprio per la mancanza di spazi totalmente liberi.
D’altra parte, la preoccupazione principale che ha spinto ad attenzionare queste porzioni marine, deriva dalla necessità di non lasciarle “incustodite” sollecitando i Governi affinché vengano applicate anche ad esse le stesse regole di preservazione delle risorse biologiche.
Analizzando l’andamento applicativo di questo Trattato si rileva che, tra i grandi Stati Europei che si affacciano sul Mediterraneo e che hanno emesso un provvedimento di ratifica, troviamo sia la Francia che la Spagna ma bisogna considerare che questi Stati hanno entrambi un esteso sbocco sull’Oceano Atlantico che costituisce la chiave di lettura di questo passo giuridico da essi appena compiuto.
Tuttavia la ratifica da parte dello Stato Italiano, se non a fini pratici, viene posta come dovuto segnale di sostegno, anche se probabilmente solo morale, allo sforzo globale di protezione degli oceani al fine della salvaguardia della vita dell’intero pianeta ma ciò non bisogna dimenticare che deve essere di volta in volta temporalmente ricondotto agli orientamenti politici dei vari governi che si susseguono.
In conclusione, assistiamo a partite diplomatiche protese ad una gestione condivisa e sostenibile di tutti gli spazi marittimi, condite da notevoli complessità e difficoltà che impongono di mantenere alta la pressione del mondo della pesca perché l’attenzione della politica estera nazionale sia tale che la garanzia di un futuro dignitoso anche per le tradizioni della pesca d’altura siciliana non resti soltanto una chimera.










