Nel database consolidato delle cinque organizzazioni regionali per la gestione della pesca del tonno, l’Italia compare con 766 palangrieri, seconda soltanto allo Sri Lanka e davanti alla Cina, che ne conta 611. Ma appena cinque unità italiane raggiungono i 24 metri, contro 601 cinesi. Il volume complessivo di stiva per il pescato è inoltre stimato in 9.676 metri cubi per l’Italia e 229.432 per la Cina. Il numero delle navi, da solo, non descrive quindi la capacità reale di una flotta.
L’Italia ha più palangrieri registrati della Cina. Il dato è corretto, ma non significa che disponga di una flotta più grande in termini operativi, né che catturi di più o eserciti un maggiore sforzo di pesca.
Il rapporto tecnico dell’International Seafood Sustainability Foundation, firmato da Josu Santiago e pubblicato lo scorso 20 luglio, riunisce i registri delle navi autorizzate disponibili a giugno presso ICCAT, IOTC, IATTC, WCPFC e CCSBT. Dopo avere eliminato le sovrapposizioni tra i diversi elenchi, lo studio ha ricondotto 9.084 record a 7.288 imbarcazioni uniche.
Non si tratta di un censimento completo di tutti i palangrieri esistenti nel mondo. Il database comprende le unità presenti nei registri delle cinque organizzazioni regionali, costruiti però secondo criteri non omogenei. Inoltre, essere autorizzati a operare in un’area non significa avervi effettivamente pescato durante l’anno.
Il dato italiano: molte unità, capacità di stiva contenuta
Nel database consolidato lo Sri Lanka occupa il primo posto con 909 unità. Seguono l’Italia con 766, Taiwan — indicato nel rapporto come “Chinese T.” — con 623 e la Cina con 611.
La graduatoria cambia radicalmente quando si considerano le dimensioni delle navi. Tra i 766 palangrieri italiani, soltanto cinque hanno una lunghezza fuori tutto pari o superiore a 24 metri. In Cina sono 601 su 611.
Anche il Fish Hold Volume, cioè il volume degli spazi destinati alla conservazione del pescato, restituisce un rapporto di forza diverso. Il valore aggregato attribuito all’Italia è di 9.676 metri cubi, pari a circa l’1,3% dei 765.244 metri cubi stimati per l’intera flotta consolidata. Per la Cina il dato sale a 229.432 metri cubi, quasi 24 volte il valore italiano.
Questa differenza non permette di stabilire quante tonnellate siano state catturate. Mostra però due strutture profondamente diverse: una flotta italiana composta in larghissima parte da unità di dimensioni contenute e una flotta cinese costituita quasi interamente da grandi palangrieri.
La classifica dipende anche dai criteri di registrazione
Tutte le 766 unità italiane censite dal rapporto provengono dal registro ICCAT. Lo studio osserva che proprio in quest’area, soprattutto nel Mediterraneo, è disponibile una rappresentazione più ampia della componente di piccola scala rispetto ad altre organizzazioni regionali.
In diversi bacini, infatti, le unità minori non sono inserite nei registri con la stessa sistematicità, anche per effetto delle soglie dimensionali e delle esclusioni previste per alcune navi che operano nelle acque sottoposte alla giurisdizione dello Stato di bandiera.
Le classifiche per bandiera riflettono quindi sia la struttura delle flotte sia le regole con cui vengono costruiti i registri. Il primato numerico dello Sri Lanka e il secondo posto dell’Italia non possono essere tradotti automaticamente in un primato mondiale per capacità, catture o attività di pesca.
Anche il dato sulle stive italiane deve essere letto come una stima. Nei registri ICCAT utilizzati dallo studio il Fish Hold Volume non era riportato. Il valore attribuito all’Italia non deriva quindi dalla somma di misurazioni effettuate a bordo, ma dal modello statistico applicato dagli autori sulla base della lunghezza e della stazza delle unità.
Il 31% delle unità concentra l’86% del volume di stiva
Il dato centrale del rapporto riguarda i palangrieri lunghi almeno 24 metri. Sono 2.283, il 31,3% delle 7.288 unità uniche, ma concentrano circa 654.600 metri cubi di stiva, pari all’86% del volume complessivo stimato.
La capacità è fortemente concentrata nelle flotte oceaniche dell’Asia orientale. Le unità sotto le bandiere di Cina, Taiwan, Giappone e Corea del Sud rappresentano insieme il 59% dei palangrieri di almeno 24 metri e il 78% del relativo volume di stiva.
Il Fish Hold Volume è più indicativo del semplice numero delle navi perché misura lo spazio disponibile per conservare il pescato. Rimane tuttavia un indicatore di capacità operativa potenziale, non una misura dello sforzo realmente esercitato.
Non dice quanti ami siano stati calati, quanti giorni una nave abbia trascorso in mare, quali specie siano state catturate o quanto prodotto sia stato sbarcato. Sarebbe quindi scorretto trasformare l’86% del volume di stiva in una quota equivalente delle catture o della pressione sugli stock.
La cautela è necessaria anche per la natura dei dati. Il Fish Hold Volume mancava nel 67% dei record originari. Lo studio lo ha stimato per 5.995 unità attraverso un modello costruito su 2.495 osservazioni complete, capace di spiegare circa l’82% della variabilità rilevata. I valori finali sono stime standardizzate e comparabili, non misurazioni dirette delle stive di ogni imbarcazione.
Navi autorizzate e navi realmente attive non coincidono
Le grandi unità oceaniche possono comparire contemporaneamente nei registri di più organizzazioni regionali. Per individuare le probabili duplicazioni, gli autori hanno utilizzato innanzitutto il numero IMO e, quando questo non era disponibile, il codice nazionale della nave.
Dopo il tentativo di recuperare gli identificativi mancanti attraverso il database di Global Fishing Watch, 3.612 dei 9.084 record iniziali, il 39,8%, risultavano ancora privi del numero IMO. La carenza riguarda soprattutto le unità minori. Nei record relativi ai palangrieri di almeno 24 metri l’identificativo era invece disponibile in oltre il 96% dei casi.
Il numero IMO utilizzato come identificativo univoco accompagna la nave per tutta la sua vita, anche in caso di cambiamenti di nome, bandiera o proprietà. La FAO lo considera una componente essenziale del Global Record, proprio perché permette di seguire nel tempo l’identità dell’imbarcazione.
ISSF raccomanda di ampliare la registrazione delle flotte piccole e medie, completare le informazioni tecniche, diffondere maggiormente i numeri IMO e creare elenchi annuali capaci di distinguere le navi realmente operative da quelle soltanto autorizzate. Sono raccomandazioni formulate dal rapporto, non obblighi già applicati in maniera uniforme dalle cinque organizzazioni.
Il tema incrocia anche la tracciabilità digitale della filiera della pesca. Collegare in modo affidabile nave, autorizzazione, cattura, sbarco e lotto commerciale richiede che l’unità di origine possa essere identificata senza ambiguità.
Il dato italiano mantiene dunque un significato preciso: l’Italia è seconda per numero di palangrieri nel database delle organizzazioni regionali del tonno, ma non per capacità di stiva, consistenza della componente oceanica o attività effettivamente svolta. Prima di confrontare le flotte, occorre sapere quali navi vengono registrate, quanta capacità possiedono e quali abbiano davvero pescato.













