La pesca europea entra in una fase politica delicata, nella quale la sostenibilità ambientale non può più essere letta separatamente dalla tenuta economica e sociale delle flotte. È questo il punto centrale emerso dal confronto tra Europêche e i rappresentanti degli Stati membri dell’Unione europea, riuniti a Bruxelles sotto la presidenza cipriota del Consiglio per discutere il futuro delle politiche europee della pesca.
Sul tavolo non c’era un solo dossier, ma l’intera architettura entro cui il settore dovrà muoversi nei prossimi anni: valutazione della Politica comune della pesca, semplificazione normativa, prossimo Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, politica commerciale, relazioni con i Paesi terzi, governance internazionale degli oceani, accordo BBNJ, Ocean Act e pianificazione dello spazio marittimo.
Il messaggio di Europêche è stato netto: la flotta europea, secondo l’associazione, ha compiuto progressi ambientali significativi negli ultimi due decenni e si è adeguata a un quadro regolatorio sempre più stringente. Tuttavia, questi progressi non si sono tradotti in una pari capacità di garantire redditività, occupazione, produzione alimentare e vitalità economica alle comunità costiere. È qui che si apre il nodo politico più rilevante: una politica della pesca può dirsi davvero equilibrata se alla sostenibilità biologica non corrisponde anche una sostenibilità economica e sociale?
La valutazione della Politica comune della pesca diventa, in questo senso, un passaggio cruciale. Per Europêche, il settore non mette in discussione la necessità di gestire le risorse in modo responsabile, ma chiede che l’Unione europea riconosca anche gli effetti cumulativi delle scelte regolatorie sulla capacità produttiva della flotta. La riduzione della capacità di pesca, il calo dell’occupazione e la difficoltà di attrarre nuove generazioni non possono essere considerati effetti collaterali inevitabili di una transizione ben riuscita.
Dalle delegazioni degli Stati membri è emersa la volontà di spostare il confronto verso soluzioni più operative. Non solo una riflessione generale sul futuro della Politica comune della pesca, ma un approccio più orientato all’azione, capace di individuare priorità immediate e correttivi concreti. È un passaggio importante, perché il settore chiede da tempo che le valutazioni politiche si traducano in strumenti applicabili, tempi certi e misure proporzionate.
Uno dei temi più urgenti riguarda la semplificazione. Europêche ha accolto con favore l’avvio della consultazione pubblica sui piani pluriennali, auspicando che possa portare a una revisione rapida delle misure considerate eccessivamente restrittive, in particolare nel Mediterraneo. In quest’area, la combinazione tra riduzione dello sforzo di pesca, aumento dei costi, complessità amministrativa e fragilità strutturale delle imprese ha reso sempre più difficile mantenere un equilibrio tra obiettivi ambientali e continuità produttiva.
La richiesta dell’associazione non riguarda solo i piani pluriennali. Europêche chiede che anche altre norme della pesca siano sottoposte a un vero esame di proporzionalità. Particolare attenzione è stata posta sull’attuazione del nuovo regolamento sul controllo della pesca, la cui entrata in vigore progressiva sta facendo emergere, secondo il settore, obblighi amministrativi e operativi particolarmente pesanti per gli operatori e per le amministrazioni nazionali. Tra i casi citati figurano le misure applicative sulle pesature, considerate un esempio di adempimenti che rischiano di risultare sproporzionati rispetto ai reali rischi di controllo.
La questione è sostanziale. La pesca europea non chiede meno legalità, né un arretramento sul terreno della tracciabilità e dei controlli. Chiede regole costruite in modo da essere concretamente applicabili. Una norma può nascere da un obiettivo condivisibile, ma se genera oneri eccessivi, procedure difficili da gestire e costi non sostenibili, finisce per indebolire proprio quelle imprese che dovrebbero essere accompagnate verso una maggiore efficienza.
Altro dossier centrale è quello finanziario. Europêche ha ribadito le proprie preoccupazioni sulla proposta relativa al Quadro finanziario pluriennale 2028-2034, chiedendo di preservare una dotazione specifica, forte e prevedibile per la pesca. Il tema è decisivo perché le risorse europee non servono soltanto a sostenere la gestione delle attività, ma anche controllo, raccolta dati, modernizzazione della flotta, sicurezza a bordo, innovazione, resilienza delle comunità costiere e ricambio generazionale.
Particolarmente delicata è anche l’applicazione dei criteri di ammissibilità agli aiuti, compreso il principio “Do No Significant Harm”. Europêche teme che interpretazioni troppo rigide possano limitare l’accesso ai finanziamenti proprio per investimenti utili alla sostenibilità, alla competitività e all’innovazione del settore. La transizione, senza strumenti finanziari accessibili e coerenti con la realtà delle imprese, rischia di restare un obiettivo dichiarato ma non pienamente praticabile.
Il confronto ha poi affrontato la politica commerciale, uno dei terreni più sensibili per la filiera ittica europea. Europêche ha espresso preoccupazione per l’accordo UE-Indonesia, in particolare per la liberalizzazione dei filetti di tonno, chiedendo clausole di salvaguardia robuste per proteggere i produttori europei da forme di concorrenza ritenute non eque e per tutelare i consumatori dall’ingresso di prodotti non conformi agli standard richiesti all’interno dell’Unione.
Il tema del tonno è emblematico di una contraddizione più ampia. L’Unione europea impone alla propria flotta e alla propria industria standard elevati sul piano ambientale, sanitario, sociale e dei controlli. Allo stesso tempo, attraverso accordi commerciali e contingenti tariffari autonomi, apre il mercato a prodotti provenienti da Paesi terzi che non sempre operano in condizioni equivalenti. Per Europêche, questa asimmetria rischia di penalizzare la produzione europea, indebolire la competitività della filiera e aumentare la dipendenza dell’Unione dalle importazioni.
Anche i contingenti tariffari autonomi sono stati al centro del confronto. L’associazione ritiene che debbano essere allineati agli accordi di libero scambio e che ogni ulteriore concessione di accesso al mercato venga valutata considerando l’impatto cumulativo delle aperture già riconosciute. Europêche ha criticato l’intenzione della Commissione di prorogare l’attuale regime senza introdurre criteri di sostenibilità, valutazioni geopolitiche e una lettura complessiva degli effetti sul settore europeo, chiedendo in particolare l’eliminazione dei contingenti autonomi per i lombi di tonno.
Sul piano internazionale, il confronto ha riguardato anche le relazioni di pesca con Norvegia, Regno Unito e Stati costieri del Nord Atlantico. Europêche ha espresso preoccupazione per la mancanza di progressi nei negoziati sugli stock pelagici e per l’incertezza che continua a pesare sulle imprese. La richiesta riguarda accordi di ripartizione completi ed equi per specie strategiche come lo sgombro, salvaguardando al tempo stesso i diritti storici di pesca della flotta europea.
Restano inoltre aperte questioni rilevanti con la Norvegia, tra cui il debito sulle quote di merluzzo e l’accesso all’aringa atlantico-scandiana. Sono dossier tecnici, ma con ricadute molto concrete sulla programmazione delle attività, sulla stabilità degli approvvigionamenti e sulla capacità delle imprese europee di operare in un contesto internazionale sempre più complesso.
Nel corso della riunione è stato affrontato anche il tema dell’accordo BBNJ sulla biodiversità marina nelle aree al di là della giurisdizione nazionale. Europêche ha chiesto che la sua attuazione valorizzi il ruolo già svolto dalle Organizzazioni regionali di gestione della pesca, evitando sovrapposizioni e duplicazioni nelle valutazioni d’impatto. L’associazione ha inoltre sollecitato maggiore chiarezza sui rispettivi ruoli della Commissione europea e degli Stati membri nei negoziati internazionali.
Il passaggio forse più strategico riguarda però lo spazio marittimo. Europêche ha richiamato l’attenzione sulla crescente pressione esercitata sulle aree di pesca dallo sviluppo delle energie rinnovabili offshore, dall’espansione delle aree marine protette e dagli altri usi concorrenti del mare. È un tema destinato a pesare sempre di più nei prossimi anni, perché la transizione energetica, la tutela della biodiversità e la pianificazione dello spazio marittimo stanno ridisegnando l’accesso alle zone produttive.
Per l’associazione, la pesca deve rimanere una priorità nel futuro Ocean Act e nei processi di pianificazione marittima. Non si tratta di opporsi alla protezione degli ecosistemi o allo sviluppo di nuove attività legate alla blue economy, ma di evitare che il settore venga progressivamente marginalizzato. Ogni misura che incide sull’accesso alle aree di pesca dovrebbe essere proporzionata, fondata su evidenze scientifiche e valutata anche rispetto agli effetti sulla produzione alimentare e sulle comunità costiere.
Le parole del presidente di Europêche, Javier Garat, sintetizzano il senso politico dell’incontro. I pescatori europei, ha affermato, stanno facendo la loro parte sulla sostenibilità, ma non possono continuare a sopportare da soli l’impatto cumulativo di regolazione eccessiva, concorrenza sleale e progressiva riduzione degli spazi di pesca. Il settore chiede correzioni immediate e un sostegno più forte da parte delle istituzioni europee per restare competitivo, resiliente e attrattivo per le nuove generazioni.
Il confronto di Bruxelles conferma quindi che il futuro della pesca europea non si giocherà su un singolo provvedimento, ma sulla capacità dell’Unione di costruire una politica più coerente. Sostenibilità ambientale, competitività delle imprese, sicurezza alimentare, equità commerciale, ricambio generazionale e accesso agli spazi marittimi non possono più essere trattati come capitoli separati.
La pesca europea non chiede un ritorno al passato, ma un riequilibrio. Chiede che la tutela delle risorse marine proceda insieme alla tutela della capacità produttiva, del lavoro e delle comunità costiere. Senza questo equilibrio, il rischio è che l’Europa continui a irrigidire il proprio modello regolatorio mentre perde imprese, competenze, produzione e presidio sui mari.












