La rigenerazione della flotta da pesca italiana indica un approccio che non si limita alla riduzione del numero di imbarcazioni, ma punta a rendere il settore più moderno, sicuro, efficiente e sostenibile. Le rottamazioni possono essere utili quando servono a correggere una sovracapacità accertata, ma devono essere accompagnate da politiche di ammodernamento, efficienza energetica, ricambio generazionale, sicurezza a bordo, innovazione e diversificazione del reddito, anche attraverso attività integrative come il pescaturismo.

La riduzione della flotta da pesca non può essere considerata, da sola, una strategia per il futuro del settore. Può essere uno strumento utile quando serve a correggere una sovracapacità accertata rispetto alle possibilità di pesca disponibili, ma diventa insufficiente se non è accompagnata da rinnovo, innovazione, sicurezza, ricambio generazionale e nuove opportunità economiche per le imprese.
Per anni il tema della rottamazione ha attraversato le politiche della pesca italiana ed europea. L’obiettivo era ridurre la pressione sugli stock, contenere lo sforzo di pesca e accompagnare l’uscita dal settore di imbarcazioni non più coerenti con gli equilibri produttivi e ambientali. Dentro questo quadro, la dismissione definitiva di alcune unità ha avuto una sua logica, soprattutto nei segmenti in cui la capacità della flotta risultava superiore alle reali possibilità di pesca.
Il punto, però, è un altro. Una politica costruita prevalentemente sulla riduzione rischia di indebolire il settore senza renderlo davvero più competitivo e sostenibile. Ogni barca che esce definitivamente dalla flotta non rappresenta soltanto una capacità produttiva in meno. Spesso significa anche perdita di lavoro, competenze, continuità familiare, presidio delle banchine, conferimenti ai mercati, servizi collegati e identità professionale.
La pesca italiana vive già una fase complessa. I costi operativi restano elevati, il carburante continua a incidere pesantemente sui bilanci, molte imprese faticano a programmare investimenti, il ricambio generazionale è debole e una parte consistente della flotta mostra limiti legati all’età delle imbarcazioni, all’efficienza energetica, alla sicurezza e alla capacità di adeguarsi alle nuove esigenze del mercato.
In questo scenario, limitarsi a togliere barche dal mare non basta. La sostenibilità non si misura soltanto con la riduzione numerica della flotta, ma con la qualità complessiva del sistema: imbarcazioni più sicure, attrezzature più selettive, consumi più contenuti, maggiore valorizzazione del pescato, mercati più organizzati, tracciabilità, formazione degli equipaggi e capacità di diversificare il reddito.
È su questo terreno che si inseriscono anche le recenti dichiarazioni del ministro dell’Agricoltura, della Sovranità alimentare e delle Foreste, Francesco Lollobrigida. Intervenendo alla presentazione della 24esima edizione del BrodettoFest di Fano, il ministro ha espresso una posizione netta contro le rottamazioni intese come strumento di svuotamento della flotta, sostenendo la necessità di “ripopolare le marinerie” dopo una stagione che, secondo la sua lettura, ha penalizzato il settore.
Al di là della forza politica delle parole utilizzate, il tema posto è concreto. La pesca non può essere accompagnata soltanto verso l’uscita. Ha bisogno di una strategia industriale, produttiva e sociale. Rottamare le imbarcazioni più obsolete può essere necessario in alcuni casi, soprattutto quando non esistono più condizioni economiche, tecniche o ambientali per proseguire l’attività. Ma se alla dismissione non corrisponde una visione di rinnovo, il rischio è lasciare in mare una flotta sempre più anziana, meno efficiente e meno attrattiva per i giovani.
Il punto di equilibrio dovrebbe essere chiaro: non una difesa indiscriminata di ogni imbarcazione, ma nemmeno una riduzione automatica della flotta come risposta universale ai problemi del comparto. Dove esiste una sovracapacità accertata rispetto alle possibilità di pesca disponibili, gli strumenti di gestione possono restare necessari. Dove invece il problema è l’invecchiamento del sistema, servono politiche diverse: ammodernamento, efficienza energetica, sicurezza a bordo, innovazione tecnologica, infrastrutture portuali adeguate, accesso al credito e accompagnamento delle nuove generazioni.
Anche il pescaturismo, richiamato dallo stesso Lollobrigida, può essere parte di questa prospettiva. Non come alternativa alla pesca professionale, ma come attività integrativa capace di generare valore aggiunto. Portare cittadini e turisti a bordo, raccontare il lavoro dei pescatori, collegare l’esperienza in mare alla ristorazione e alla conoscenza dei prodotti locali può contribuire a diversificare il reddito e a rafforzare il rapporto tra marinerie e consumatori.
Anche qui, però, serve concretezza. Il pescaturismo non è una soluzione automatica per tutte le imprese. Richiede imbarcazioni idonee, autorizzazioni, sicurezza, formazione, capacità di accoglienza e territori in grado di costruire un’offerta credibile. Può funzionare se viene inserito in una strategia più ampia, non se viene caricato di aspettative superiori alla sua reale portata.
La sfida, dunque, non è scegliere tra tutela ambientale e tenuta economica della pesca. La sfida è costruire una politica capace di tenere insieme entrambe. La risorsa va gestita con responsabilità, ma le imprese devono essere messe nelle condizioni di lavorare, investire e restare sul mercato. Una pesca sostenibile non è una pesca semplicemente più piccola. È una pesca più moderna, più selettiva, più sicura, più organizzata e più capace di produrre valore.
Per questo il dibattito sulle rottamazioni dovrebbe uscire dalla contrapposizione semplificata tra chi vuole ridurre e chi vuole conservare. Il vero tema è capire quale flotta serve all’Italia nei prossimi anni. Una flotta più giovane, più efficiente, più rispettosa degli ecosistemi, ma anche economicamente viva. Una flotta che non consumi il futuro delle risorse, ma che non venga nemmeno progressivamente svuotata senza un progetto di rilancio.
La pesca italiana non ha bisogno solo di meno barche. Ha bisogno di imbarcazioni migliori, imprese più solide, marinerie più attrattive e strumenti capaci di trasformare la sostenibilità in una condizione reale di lavoro, non in una semplice formula amministrativa.
Il passaggio decisivo è questo: dalla politica della sottrazione alla politica della rigenerazione. Non basta chiedersi quante imbarcazioni debbano uscire dal settore. Bisogna chiedersi quali imprese, quali competenze, quali mercati e quali comunità costiere vogliamo ancora vedere protagonisti nella pesca italiana dei prossimi anni.













Sono propietario di un peschereccio di 12,86 m non riusciamo più a sostenere le spese,in quanto molti mestieri sono aboliti da solo mentre altri con restrizioni Europee.Io sono in Sicilia il mestiere che ci potrebbe ancora salvare E quello del tonno rosso che in solo 2 mesi (maggio e giugno) basterebbe ad avere un reddito sufficiente a sopravvivere tutto l’anno il mar intorno alla Sicilia e pieno