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Acque profonde, il limite che la pesca non può ignorare

La nuova valutazione mondiale delle Nazioni Unite riporta al centro il tema della pesca a strascico di fondo sui seamount: una sfida ambientale, reputazionale e industriale per l’intera filiera ittica.

Tiziana Indorato by Tiziana Indorato
10 Giugno 2026
in In evidenza, News, Pesca, Sostenibilità
pesca a strascico di fondo in acque profonde

La Terza Valutazione Mondiale degli Oceani delle Nazioni Unite arriva in un momento in cui il mare è sempre più al centro delle politiche alimentari, climatiche e industriali. Non parla soltanto di biodiversità, né soltanto di ambiente. Parla del sistema che sostiene la vita sul pianeta, regola il clima, alimenta economie e comunità costiere, ma che oggi mostra segnali di stress sempre più evidenti.

Il rapporto, pubblicato in occasione della Giornata Mondiale degli Oceani, accende i riflettori anche su una parte del mare che resta quasi sempre fuori dal dibattito pubblico: l’oceano profondo. È uno spazio lontano, poco conosciuto, spesso percepito come remoto. Eppure è proprio lì che si concentrano alcuni degli ecosistemi più fragili e importanti del pianeta. Fondali, canyon, margini continentali e montagne sottomarine ospitano comunità biologiche antiche, lente a formarsi e difficili, se non impossibili, da ricostruire una volta compromesse.

Tra i passaggi più delicati della valutazione emerge il peso della pesca a strascico di fondo, indicata come una delle attività umane più impattanti sugli ambienti profondi. È un punto che il settore ittico non può liquidare con fastidio o con difese automatiche. Perché non si tratta di mettere sotto accusa la pesca in quanto tale. Si tratta, invece, di distinguere con precisione tra pesca come attività produttiva essenziale e pratiche che, in determinati contesti, possono incidere fisicamente su habitat vulnerabili e scarsamente conosciuti.

Il tema dei seamount, le montagne sottomarine che si innalzano dai fondali oceanici, è emblematico. Questi ambienti sono veri punti caldi di biodiversità. Attorno alle loro strutture si sviluppano coralli profondi, spugne, specie rare e comunità marine che in molti casi non esistono altrove. La loro ricchezza ecologica li rende preziosi per la scienza, ma anche vulnerabili alla pressione di attività che entrano in contatto diretto con il fondale.

Qui si apre una questione che riguarda da vicino la reputazione della filiera ittica. La pesca ha un ruolo fondamentale nella sicurezza alimentare, nell’economia marittima e nella vita di molte comunità. Proprio per questo non può permettersi di restare associata, anche solo per inerzia, a pratiche percepite come incompatibili con la tutela degli ecosistemi più fragili. Difendere la pesca non significa difendere tutto, sempre e comunque. Significa anche saper separare ciò che ha futuro da ciò che rischia di diventare un peso politico, ambientale e reputazionale per l’intero comparto.

La Deep Sea Conservation Coalition ha chiesto ai governi di fissare una scadenza vincolante per la protezione dei seamount e per l’abbandono della pesca a strascico di fondo su questi ecosistemi e su altri habitat profondi vulnerabili entro la fine del 2027. È una posizione netta, che arriva in vista di una nuova revisione delle Nazioni Unite sulla pesca di fondo in alto mare. Ma al di là della richiesta specifica, il punto politico è più ampio: la governance internazionale degli oceani continua a procedere in modo frammentato, mentre la scienza chiede decisioni più rapide e coerenti.

Il rapporto ONU evidenzia infatti una distanza ancora troppo ampia tra conoscenza scientifica e regole effettive. Se gli ecosistemi profondi sono riconosciuti come vulnerabili, la loro protezione non può dipendere solo dalla sensibilità di singole organizzazioni regionali o da interventi parziali. Serve una cornice più chiara, capace di stabilire dove la pesca possa continuare, con quali limiti, con quali strumenti di controllo e con quali responsabilità.

Per le imprese della filiera, questo passaggio non è secondario. I mercati, i consumatori, i buyer e la distribuzione chiedono sempre più garanzie sull’origine, sulla tracciabilità e sull’impatto dei prodotti ittici. La sostenibilità non è più una parola decorativa da inserire nelle brochure aziendali. È una condizione di credibilità. E la credibilità, nel settore ittico, passa anche dalla capacità di riconoscere che alcune aree e alcuni habitat richiedono livelli di protezione più elevati.

Il rischio, altrimenti, è che il dibattito pubblico finisca per semplificare tutto. Da una parte la pesca, dall’altra l’ambiente. Da una parte il lavoro, dall’altra la conservazione. È una contrapposizione debole, che non aiuta nessuno. La vera sfida è costruire una pesca capace di stare dentro i limiti ecologici del mare, senza rinunciare alla propria funzione economica e alimentare. Una pesca più selettiva, più trasparente, più controllata e più consapevole del valore degli habitat da cui dipende.

Gli oceani profondi ci ricordano che non tutto ciò che è lontano è irrilevante. Ciò che accade a migliaia di metri di profondità influenza la salute complessiva del mare, la biodiversità, gli equilibri climatici e, indirettamente, anche il futuro delle attività produttive legate alle risorse marine. Continuare a considerare questi ambienti come spazi disponibili fino a prova contraria sarebbe un errore grave.

La Terza Valutazione Mondiale degli Oceani pone dunque una domanda scomoda ma necessaria: quale modello di utilizzo del mare può reggere nei prossimi decenni? Per il settore ittico la risposta non può essere soltanto difensiva. Deve essere industriale, politica e culturale. Servono regole fondate sulla scienza, ma serve anche una filiera capace di anticipare i cambiamenti invece di subirli.

La pesca del futuro non sarà giudicata solo dalla quantità di prodotto che porterà a terra. Sarà giudicata dalla capacità di produrre valore senza compromettere gli ecosistemi che rendono possibile quel valore. Gli abissi oceanici non sono una frontiera infinita. Sono una parte vitale del pianeta. E un settore che vive del mare non può permettersi di ignorare ciò che accade nelle sue profondità.

Tags: acque profondebiodiversità marinaecosistemi vulnerabilifiliera itticagovernance oceanicaNazioni Unitepesca a strascico di fondopesca sostenibileseamountsostenibilità ittica
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Tiziana Indorato

Tiziana Indorato

Autrice Pesceinrete Tiziana Indorato scrive per Pesceinrete occupandosi di seafood, sostenibilità, mercati, innovazione e scenari internazionali. I suoi articoli seguono l’evoluzione della filiera ittica con attenzione ai cambiamenti ambientali, commerciali e regolatori che incidono sul lavoro delle imprese e sulla percezione del prodotto ittico.

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