Il seafood mondiale continua a crescere, soprattutto grazie all’acquacoltura, ma quantità e prezzo non bastano più a determinare chi sarà competitivo. Accesso ai mercati, dazi, efficienza produttiva, gestione della pesca e innovazione genetica stanno diventando variabili decisive. Per produttori, trasformatori e importatori significa prepararsi a un mercato più grande, ma anche più selettivo.
Il pesce continuerà a essere prodotto, commercializzato e consumato in quantità crescenti. La vera domanda è chi riuscirà a farlo con margini sostenibili.
È su questo terreno che si giocherà una parte importante della competizione nel seafood dei prossimi anni.
Il Responsible Seafood Summit 2026, in programma dal 21 al 24 settembre a Bangkok, offre una fotografia piuttosto chiara delle pressioni che stanno convergendo sulla filiera: andamento della produzione mondiale, politiche commerciali statunitensi, nuovi criteri di gestione della pesca e miglioramento genetico in acquacoltura.
Temi apparentemente diversi, ma legati da un filo comune: produrre bene non basta più se il prodotto arriva sul mercato sbagliato, con costi troppo elevati o senza le caratteristiche richieste dalla filiera.
È una questione che riguarda direttamente anche l’Italia, fortemente dipendente dagli approvvigionamenti internazionali e inserita in una rete globale nella quale una variazione dei prezzi, dei flussi commerciali o delle disponibilità in un’area del mondo può arrivare rapidamente sui banchi, nell’industria e nella ristorazione.
Più acquacoltura, ma il volume non garantisce il margine
La produzione mondiale continua a spostare il proprio baricentro verso l’acquacoltura.
Secondo la FAO, nel 2024 la produzione complessiva di pesca e acquacoltura, comprese le alghe, ha raggiunto 235 milioni di tonnellate. Limitando l’osservazione agli animali acquatici, l’allevamento rappresenta ormai oltre la metà della produzione globale.
È un cambiamento strutturale.
La pesca di cattura mantiene un peso essenziale nell’alimentazione, nell’economia costiera e nel commercio internazionale, ma non presenta le stesse possibilità di espansione dei volumi. La crescita futura dell’offerta arriverà quindi soprattutto dagli allevamenti.
Questo non rende però il percorso più semplice.
Aumentare la produzione significa confrontarsi con mangimi, energia, patologie, disponibilità di spazio, qualità dell’acqua, capitale e volatilità dei mercati. Il vantaggio competitivo passa perciò sempre meno dalla sola capacità di produrre quantità elevate e sempre più dall’efficienza con cui quelle quantità vengono ottenute.
Una dinamica già evidente nel quadro sulla crescita dell’acquacoltura e sul futuro delle filiere ittiche: l’aumento dell’offerta globale dovrà essere accompagnato da una capacità altrettanto rapida di migliorare produttività e resilienza.
I dazi possono cambiare la convenienza di un prodotto
Su questa equazione interviene una variabile che nessun allevatore può governare da solo: la geopolitica commerciale.
Una delle sessioni centrali del Responsible Seafood Summit 2026 sarà dedicata proprio alle politiche tariffarie degli Stati Uniti e ai loro effetti sulle imprese del settore.
Il tema va oltre il mercato americano.
Quando una grande economia modifica dazi o condizioni di accesso, i prodotti cercano altre destinazioni. Cambiano i flussi, aumentano o diminuiscono le disponibilità in determinati mercati, si spostano gli equilibri tra origini concorrenti.
Un gambero competitivo ieri può esserlo meno domani. Un Paese esportatore penalizzato su una destinazione può riversare maggiori volumi altrove. E un importatore europeo può trovarsi davanti a nuove opportunità di acquisto oppure a nuove tensioni sui prezzi.
Per questo la capacità di diversificare fornitori e sbocchi commerciali diventa una forma di protezione del margine.
Non è più soltanto procurement. È strategia.
Pesca e gambero mostrano due modi diversi di innovare
Nella pesca di cattura la competizione passa invece sempre più attraverso la capacità di dimostrare la qualità della gestione.
A Bangkok si discuterà dell’evoluzione dei sistemi con cui viene valutata la pesca responsabile, cercando approcci capaci di tenere conto anche di realtà nelle quali disponibilità dei dati, strutture amministrative e capacità di controllo sono molto diverse.
La questione è tutt’altro che teorica.
Una valutazione sulla gestione di una risorsa può incidere su certificazioni, accesso alla distribuzione, reputazione e valore commerciale del prodotto. La sostenibilità, quando entra nei criteri di acquisto, diventa anche una condizione economica.
Nel gambero d’allevamento la trasformazione si sposta invece fino alla genetica.
Selezionare animali con migliori caratteristiche di crescita, robustezza o adattamento può aumentare l’efficienza degli allevamenti e ridurre il peso economico di alcune criticità produttive.
La genetica non sostituisce biosicurezza, alimentazione o buona gestione. Ma segnala un passaggio importante: in acquacoltura il vantaggio competitivo comincia sempre più prima della vasca.
Ricerca, selezione, dati e tecnologia entrano direttamente nella struttura dei costi e delle performance.
Per la filiera italiana la partita comincia dagli approvvigionamenti
È qui che questi scenari diventano concreti anche per chi opera in Italia.
Un importatore deve capire quali origini saranno affidabili e convenienti. Un trasformatore deve valutare disponibilità e continuità della materia prima. Un distributore deve anticipare cambiamenti nei prezzi e nelle preferenze della domanda. Un produttore deve sapere quanto investire per mantenere competitivi costi e performance.
Non serve quindi prevedere con precisione quale specie crescerà di più o quale Paese conquisterà quote di mercato.
Serve leggere prima degli altri quali variabili stanno cambiando.
Il programma di Bangkok mette insieme produzione, commercio, gestione delle risorse, salute animale, innovazione e mercato proprio perché queste dimensioni non possono più essere considerate separatamente.
Nel seafood del prossimo ciclo economico, un’impresa può essere efficiente e perdere competitività per un dazio. Può avere accesso a un mercato interessante e soffrire una materia prima instabile. Può produrre molto ma non riuscire a dimostrare gli standard richiesti dai propri clienti.
È questo il vero cambio di paradigma.
Il futuro della produzione ittica non sarà deciso soltanto da chi riuscirà a mettere più pesce sul mercato, ma da chi saprà farlo al costo giusto, nelle condizioni giuste e per il mercato giusto.













