Rabobank stima che la produzione cilena di salmone atlantico possa crescere del 4-6% l’anno, contro l’1-3% atteso nel resto del mondo. Non è una previsione di sorpasso della Norvegia né l’annuncio di un’imminente sovrapproduzione. La vera svolta dipenderà dalla capacità del Cile di rendere più regolari mortalità, pesi di raccolta e costi, valorizzando contemporaneamente il salmone coho. Le riforme amministrative possono favorire gli investimenti, ma El Niño, le fioriture algali e gli altri rischi biologici restano in grado di interrompere rapidamente il percorso.
Il Cile non deve dimostrare di sapere produrre salmone. Deve dimostrare di riuscire a crescere senza pagare ogni accelerazione con un nuovo aumento della mortalità, dei costi o dell’instabilità sanitaria.
È questo il punto centrale del rapporto From crisis to competitiveness: The re-rating of Chilean salmon, pubblicato da Rabobank il 15 luglio. La banca descrive un’industria che, dopo decenni di espansioni e brusche correzioni, appare oggi più disciplinata sul piano biologico e potenzialmente più interessante per gli investitori.
La crescita dei volumi e dell’export ha spesso nascosto le debolezze del sistema. Anche i risultati delle esportazioni cilene di salmone nel 2025 hanno confermato la forza commerciale della filiera, ma non hanno risolto il problema fondamentale: trasformare la capacità produttiva in sviluppo ordinato e duraturo.
Rabobank non prevede che il Cile superi a breve la Norvegia, che resta il primo produttore mondiale. Ritiene però che il Paese sudamericano possa generare una parte consistente dei nuovi volumi immessi sul mercato nei prossimi anni. La vera competizione, quindi, non si gioca sulla leadership assoluta, ma sulla qualità della crescita.
La crescita vale soltanto se può essere ripetuta
Gorjan Nikolik, senior analyst seafood di Rabobank, indica per il salmone atlantico cileno una possibile crescita annua compresa tra il 4% e il 6%. Nel resto del mondo l’incremento dovrebbe attestarsi tra l’1% e il 3%.
Secondo l’analista, questi volumi aggiuntivi non dovrebbero provocare nel breve periodo un eccesso strutturale di offerta. La crescita globale resterebbe inferiore ai ritmi storici e la domanda potrebbe continuare ad assorbire la maggiore produzione senza determinare una riduzione permanente dei prezzi. Si tratta, tuttavia, di uno scenario e non di un risultato già acquisito.
A sostenerlo sono alcuni segnali operativi: il miglioramento della mortalità del salmone atlantico, l’aumento dei pesi di raccolta e gli investimenti in smolt, genetica, vaccini e tecnologie di allevamento. In condizioni idriche favorevoli, i pesi medi hanno ormai superato i cinque chilogrammi.
Un pesce più grande può rendere più efficiente la produzione, perché consente di distribuire una parte dei costi su una maggiore quantità di prodotto vendibile. Ma il vantaggio scompare quando il risultato viene ottenuto prolungando eccessivamente la permanenza in mare, aumentando i trattamenti o esponendo gli animali più a lungo ai rischi ambientali.
La misura della competitività non è dunque il peso finale del salmone, ma il costo biologico ed economico necessario per portarlo alla raccolta.
Il coho diventa una leva industriale
In questa nuova fase, il salmone coho non è più una specie secondaria destinata quasi esclusivamente al Giappone. Sta diventando uno strumento con cui diversificare siti produttivi, rischi biologici e mercati.
Secondo Rabobank, il coho raggiunge la taglia commerciale in meno di un anno, presenta una maggiore resistenza naturale ai pidocchi di mare e registra mortalità inferiori rispetto al salmone atlantico. Il costo di allevamento per chilogrammo viene stimato circa il 30% più basso, mentre i primi dati del 2026 indicano pesi medi ormai vicini a quelli dell’Atlantico prodotto in Cile.
Questo permette alle aziende di valutare la conversione al coho di alcuni siti nei quali il salmone atlantico risente maggiormente della pressione parassitaria. Non si tratta necessariamente di sostituire una specie con l’altra, ma di costruire un sistema produttivo meno dipendente da un’unica soluzione.
La criticità si sposta così sul mercato. Le esportazioni di coho si stanno ampliando dal Giappone verso Nord America, Europa e America Latina, ma l’aumento dell’offerta dovrà essere accompagnato da un posizionamento riconoscibile.
Presentarlo come un salmone economico o di seconda scelta cancellerebbe una parte importante del suo vantaggio. La crescita sarà sostenibile soltanto se il Cile riuscirà a sviluppare nuovi mercati senza affidarsi esclusivamente alla leva del prezzo.
Politica e clima decideranno la qualità della svolta
Una parte della rivalutazione cilena poggia sul nuovo contesto politico. José Antonio Kast, eletto alla fine del 2025, si è insediato alla presidenza l’11 marzo 2026. Rabobank attribuisce rilievo all’orientamento del governo verso la semplificazione delle autorizzazioni, la ricollocazione delle concessioni e la riduzione dei tempi amministrativi. L’accelerazione delle valutazioni dei progetti è già una priorità dichiarata dall’amministrazione, anche se gli effetti specifici sulla salmonicoltura devono ancora essere verificati.
Secondo le stime riportate da Rabobank, un’attuazione efficace delle riforme potrebbe ridurre i costi di produzione del salmone atlantico di una cifra compresa tra 0,30 e 0,50 dollari al chilogrammo, offrendo contemporaneamente maggiore certezza agli investitori.
Il condizionale è decisivo. Il risparmio non è stato ancora realizzato e dipenderà dal contenuto, dai tempi e dall’applicazione concreta dei provvedimenti. Semplificare non può inoltre significare indebolire i controlli sanitari e ambientali che un comparto così esposto continua a richiedere.
Per le imprese, il vantaggio più importante potrebbe non essere la sola riduzione degli adempimenti, ma la possibilità di conoscere con maggiore precisione tempi e condizioni delle decisioni amministrative. In un’attività già soggetta a variabili naturali difficilmente controllabili, l’incertezza normativa rappresenta un rischio aggiuntivo.
El Niño è la prova che il settore non può rinviare
Il principale elemento capace di compromettere lo scenario resta la biologia.
Il Climate Prediction Center della NOAA ha confermato il 9 luglio che El Niño è in corso e dovrebbe rafforzarsi entro la fine del 2026. La probabilità che persista fino all’inizio della primavera boreale del 2027 è indicata al 97%, mentre per il trimestre ottobre-dicembre viene stimata un’elevata possibilità che il fenomeno raggiunga un’intensità molto forte.
Questo non significa che El Niño provocherà automaticamente mortalità negli allevamenti cileni. Gli effetti dipenderanno dalle aree coinvolte e dall’interazione tra temperatura, ossigeno, correnti, stratificazione delle acque e proliferazioni algali.
Il rischio, però, non è teorico. In passato le fioriture algali dannose hanno causato perdite rilevanti negli allevamenti cileni, dimostrando quanto rapidamente un ciclo produttivo favorevole possa essere compromesso.
La seconda metà del 2026 sarà quindi un banco di prova più significativo delle stesse percentuali di crescita. Se il miglioramento biologico riuscirà a resistere a condizioni ambientali più difficili, la rivalutazione descritta da Rabobank acquisterà consistenza. In caso contrario, il settore mostrerà di avere attenuato la propria volatilità senza averla davvero superata.
Il Cile può diventare il principale motore della nuova offerta mondiale di salmone. La svolta, però, non sarà raggiungere il 6% di crescita: sarà riuscire a farlo mantenendo sotto controllo mortalità, costi e rischio ambientale.













