Il DNA ambientale può diventare uno strumento utile per rafforzare il monitoraggio della pesca e degli ecosistemi marini. Un manuale tecnico FAO-GFCM analizza l’impiego degli approcci basati su eDNA, con particolare attenzione alla metaprobe, un campionatore passivo utilizzabile durante le normali attività di pesca. Non si tratta di sostituire le campagne scientifiche tradizionali, ma di integrarle con dati meno invasivi, più capillari e potenzialmente preziosi nei contesti in cui le informazioni biologiche ed ecologiche restano incomplete.
Il DNA ambientale entra nella cassetta degli attrezzi della pesca
Il mare viene ancora osservato meno di quanto servirebbe. Campagne scientifiche, catture commerciali, osservazioni a bordo e rilievi visivi hanno costruito una base informativa essenziale, ma non priva di limiti: costi elevati, copertura discontinua, difficoltà operative, selettività degli attrezzi e impatto diretto sugli organismi campionati.
È in questo spazio che si inserisce il manuale tecnico FAO-GFCM dedicato agli approcci basati su DNA ambientale, pubblicato come FAO Fisheries and Aquaculture Technical Paper n. 725. Il documento tratta l’eDNA come uno strumento operativo da affiancare ai sistemi tradizionali di monitoraggio della pesca e degli ecosistemi marini.
Il DNA ambientale è il materiale genetico che gli organismi rilasciano nell’ambiente attraverso muco, cellule, escrezioni, tessuti o decomposizione. Analizzando acqua, sedimenti o altri substrati, è possibile rilevare la presenza di specie e comunità biologiche senza cattura diretta e senza osservazione visiva.
Per la pesca questo passaggio è rilevante. In aree complesse come il Mediterraneo e il Mar Nero, dove convivono stock condivisi, pressioni antropiche, habitat sensibili e disponibilità di dati non sempre uniforme, l’eDNA può contribuire a migliorare la lettura degli ecosistemi e a ridurre alcuni vuoti informativi.
Non sostituisce i monitoraggi tradizionali, li rafforza
Il valore del documento sta anche nella prudenza. La FAO e la GFCM non presentano l’eDNA come una scorciatoia. Il manuale chiarisce che questi approcci richiedono protocolli standardizzati, controlli contro le contaminazioni, laboratori adeguati, database genetici affidabili e competenze bioinformatiche.
È un punto decisivo. Il DNA ambientale non misura automaticamente l’abbondanza degli stock, non elimina la necessità delle campagne scientifiche e non rende superflui i dati raccolti con metodi tradizionali. Può però aggiungere un livello informativo ulteriore, soprattutto nei casi in cui le tecniche convenzionali risultano costose, invasive o non sufficientemente frequenti.
Le applicazioni indicate dal manuale riguardano il monitoraggio della biodiversità, il rilevamento di specie rare o vulnerabili, l’individuazione di specie non indigene, lo studio di aree di riproduzione e nursery, la caratterizzazione delle comunità associate alla pesca a strascico e la valutazione degli effetti combinati di rifiuti sul fondale e pressione di pesca.
La metaprobe e il possibile ruolo delle flotte
La parte più operativa del manuale riguarda la metaprobe, un campionatore passivo progettato per raccogliere DNA ambientale durante le attività di pesca. Si tratta di una piccola sfera forata, stampata in 3D, realizzata in materiale biodegradabile e contenente garze sterili capaci di trattenere materiale genetico presente nell’ambiente.
A differenza dei sistemi attivi, che richiedono il prelievo e la filtrazione dell’acqua, la metaprobe lavora per accumulo passivo. Può essere collocata dentro una rete, legata a un attrezzo o utilizzata in combinazione con diverse tipologie di pesca, compresi strascico e palangari. Una volta recuperata, la garza viene conservata in provette sterili e trasferita in laboratorio per l’analisi.
Il passaggio è importante perché sposta il monitoraggio fuori da una dimensione esclusivamente sperimentale. I pescherecci possono diventare piattaforme diffuse di osservazione, capaci di raccogliere dati durante le normali uscite in mare. Non significa caricare le imprese di nuovi obblighi, ma immaginare procedure semplici, standardizzate e compatibili con il lavoro a bordo.
La pesca come infrastruttura di conoscenza
La prospettiva più interessante è culturale prima ancora che tecnologica. La pesca non viene letta solo come attività da regolare, ma anche come possibile infrastruttura di conoscenza ambientale. Le flotte commerciali e la piccola pesca, grazie alla frequenza delle uscite e alla conoscenza diretta delle aree di lavoro, possono contribuire a una raccolta dati più vicina al mare reale.
Naturalmente, il ruolo della ricerca resta centrale. I campioni raccolti a bordo devono essere gestiti, conservati, analizzati e interpretati dentro protocolli rigorosi. Ma il coinvolgimento dei pescatori può aumentare la copertura geografica e temporale del monitoraggio, rafforzando anche il rapporto tra scienza, amministrazioni e marinerie.
La transizione verso una pesca più sostenibile non può basarsi solo su divieti e riduzioni. Ha bisogno anche di informazioni migliori, strumenti meno invasivi e modelli capaci di coinvolgere chi opera ogni giorno in mare.
Il manuale FAO-GFCM indica proprio questa direzione: integrare innovazione molecolare, attività di pesca e gestione ecosistemica. Non per sostituire ciò che già esiste, ma per rendere il monitoraggio più completo, più capillare e più aderente alla complessità degli ecosistemi marini.













