Il cambiamento climatico sta già modificando specie, aree di pesca e giornate di operatività, mentre il costo del gasolio e i tagli allo sforzo di pesca rendono sempre più difficile programmare gli investimenti. Per Gennaro Scognamiglio occorre fermare le misure lineari, rinnovare la flotta e costruire un sistema di garanzie capace di favorire l’ingresso dei giovani nel settore.
Il mare cambia più rapidamente delle politiche chiamate a governarne le trasformazioni. La tropicalizzazione del Mediterraneo, la diffusione delle specie aliene e l’aumento degli eventi meteorologici estremi stanno già incidendo sull’attività quotidiana delle imprese e delle cooperative di pesca.
All’emergenza climatica si sommano il costo del carburante, la progressiva riduzione delle giornate di pesca e l’invecchiamento della flotta. Sono fattori che comprimono i margini, frenano gli investimenti e rendono sempre meno attrattivo il settore per le nuove generazioni.
In questa intervista a Pesceinrete, Gennaro Scognamiglio, presidente nazionale di UNCI AgroAlimentare, affronta i principali nodi della pesca italiana e indica le priorità da difendere nel Programma nazionale triennale e nella futura programmazione europea.
Il mare cambia, la flotta resta senza certezze
Clima, gasolio e ricambio generazionale
Il clima sta cambiando il mare più velocemente delle politiche della pesca: quali effetti concreti stanno già pagando imprese e cooperative?
I nostri pescatori non hanno bisogno di modelli matematici per sapere che il mare sta cambiando: lo vedono ogni giorno tirando su le reti. La rapidità della tropicalizzazione del Mediterraneo sta superando la velocità delle decisioni politiche. Gli effetti concreti sulle nostre cooperative sono devastanti e immediati.
L’invasione di specie aliene, come il granchio blu in Adriatico, e l’avanzata di altri predatori non indigeni stanno decimando le produzioni tradizionali di molluschi e alterando gli stock locali, arrivando perfino a distruggere le attrezzature da pesca. Pensiamo ai campi di mitili e alle reti da posta.
Un altro effetto, evidente e incontestabile, è lo spostamento delle risorse. Le specie commerciali tradizionali si spostano verso latitudini diverse o a profondità maggiori alla ricerca di acque più fredde. Questo si traduce in battute di pesca più lunghe, consumi più elevati e minore redditività.
A ciò si aggiunge la crescente esposizione agli eventi meteorologici estremi. Il moltiplicarsi di tempeste violente e improvvise, come dimostrano i danni registrati in Sicilia, Sardegna e Calabria, riduce drasticamente le giornate di effettiva operatività in mare, azzerando la continuità del reddito dei nostri pescatori.
Non possiamo curare un malato d’urgenza con i tempi della burocrazia europea. Se il mare cambia marcia, anche le regole sulla flessibilità dei target di pesca devono farlo.
Quanto può ancora reggere una flotta che continua a dipendere dal gasolio mentre costi, giornate di pesca e margini diventano sempre più difficili da prevedere?
Non si può chiedere una transizione energetica senza alternative reali. Nessuna impresa, in nessun settore, può sopravvivere se l’unica voce di costo indispensabile, il carburante, è un’incognita quotidiana e le giornate di lavoro vengono ridotte per legge.
La flotta italiana è stretta in una morsa insostenibile: da un lato, il costo del gasolio erode oltre la metà del fatturato; dall’altro, le politiche europee, che continuano a imporre tagli lineari alle giornate di pesca consentite, rendono troppo onerosi sia il ricambio generazionale sia l’innovazione tecnologica.
Dal nostro punto di vista, questo è il paradosso tecnologico: investire con il contagocce. Come si può chiedere a un’impresa di investire centinaia di migliaia di euro in motori più efficienti, scafi idrodinamici o attrezzature selettive a basso impatto, se per legge le viene impedito di lavorare?
Qualsiasi piano di ammortamento bancario si basa sulla stima delle giornate di attività. Se l’Unione europea continua a tagliare linearmente le giornate di pesca consentite, il tempo necessario per rientrare dall’investimento si dilata all’infinito.
Il risultato è che la flotta italiana invecchia. L’età media supera ormai i 35 anni e le imbarcazioni consumano e inquinano più di quanto farebbe una flotta moderna. La rigidità europea, nata per proteggere l’ambiente, finisce per congelare l’inefficienza energetica.
Il paradosso generazionale è evidente: chi salirebbe su una barca ferma in porto? Il ricambio generazionale non si fa con i decreti o con i convegni; si fa offrendo una prospettiva di vita e di reddito dignitosa.
Da quanto ci risulta, un giovane che decide di intraprendere il mestiere di pescatore o di rilevare la licenza del padre cerca stabilità economica e continuità lavorativa. Ma, alla luce di quanto emerge dalle proposte dell’Unione europea, il nostro giovane imprenditore o armatore sa che potrà andare in mare solo per poco più di 100 giorni all’anno, esposto alle forti fluttuazioni del prezzo del gasolio e senza alcuna certezza di copertura per i giorni di fermo.
La scelta inevitabile sarà allora inseguire un altro sogno, imboccare una strada diversa e abbandonare la pesca. Con questa politica europea e con la fuga dei giovani, rischiamo di disperdere un patrimonio inestimabile di conoscenze nautiche, ecologiche e artigianali che le nostre cooperative si tramandano da generazioni.
Come associazione nazionale, la nostra linea è chiara: dobbiamo pretendere che l’Unione europea esca dalla trappola delle misure lineari e adotti una visione industriale e sociale del settore, fondata su quell’economia sociale richiamata nell’enciclica di Papa Leone XIV, che pone l’uomo al centro dei processi produttivi ed economici.
Cosa proponiamo? Un Patto di stabilità per il primo insediamento dei giovani cooperatori che entrano nel settore, che garantisca loro un pacchetto di giornate minime protette, un sistema di garanzia pubblica sul credito per l’accesso alle quote di tonno rosso e gamberi e la possibilità, attraverso un piano di innovazione sostenuto dal FEAMPA, di realizzare imbarcazioni tecnologicamente avanzate.
In questo modo li metteremmo al riparo dall’instabilità dei primi anni di attività. Non accetteremo che la transizione ecologica si trasformi in una dismissione silenziosa della pesca italiana.
Le politiche necessarie per evitare la marginalizzazione
Dal Programma triennale al Patto della Filiera Azzurra
Il Programma nazionale triennale 2025-2027 sta incidendo davvero sui problemi del settore oppure rischia di restare soprattutto uno strumento di studio, formazione e rappresentanza?
Il Programma nazionale triennale della pesca e dell’acquacoltura è lo strumento strategico e operativo del Ministero dell’Agricoltura italiano per la gestione del comparto ittico. Con il Programma si definiscono obiettivi, investimenti e azioni, promuovendo la sostenibilità ambientale e la competitività del settore.
Istituito originariamente negli anni Ottanta, il piano viene periodicamente rinnovato. L’attuale Programma triennale 2025-2027 si concentra su diverse aree chiave.
Sul fronte della sostenibilità e dell’ecosistema, promuove pratiche di pesca e acquacoltura che rispettano le risorse marine e tutelano la biodiversità. In materia di innovazione e competitività, sostiene il rinnovo della flotta, la digitalizzazione e la sicurezza a bordo delle imbarcazioni. Per quanto riguarda formazione e lavoro, finanzia opportunità occupazionali, riqualificazione professionale e informazione per i lavoratori.
Il Programma nazionale triennale non deve essere la mappa della dismissione della pesca italiana, ma il business plan della sua rinascita. Chiediamo che le risorse economiche diventino concrete opportunità di crescita e siano destinate anche alle associazioni di categoria, da sempre vicine alle esigenze dei pescatori e capaci, come corpi intermedi, di dare risposte a chi il mare lo vive e lo custodisce ogni giorno.
Cogestione, innovazione selettiva, tutela dei giovani e valorizzazione della nostra biodiversità a tavola: questi sono gli ingredienti dell’unica rotta possibile per garantire la sopravvivenza economica della pesca cooperativa in Italia e in Europa. Gli studi sono preziosi, ma i pescatori non mangiano carta.
Il Programma nazionale deve essere lo strumento che trasforma la ricerca scientifica in reddito e sostenibilità per i nostri pescatori. Attualmente è l’unico strumento capace di unire la ricerca scientifica avanzata, sviluppata in collaborazione con le università, all’esperienza diretta dei pescatori, con l’obiettivo di costruire modelli di gestione locali e flessibili, rafforzare la resilienza climatica e analizzare i problemi dall’interno.
I risultati di queste ricerche devono tradursi rapidamente in azione politica, semplificazione amministrativa e innovazione tecnologica.
Nella nuova programmazione europea, quali risorse e garanzie devono essere difese per evitare che pesca e acquacoltura diventino marginali rispetto ad altre priorità?
A Bruxelles dobbiamo difendere un principio cardine: non esiste sostenibilità ecologica senza sostenibilità sociale ed economica delle nostre comunità costiere.
Nella nuova programmazione europea e nella gestione del FEAMPA, come organizzazioni, dobbiamo continuare a fare muro su tre punti non negoziabili, per evitare l’emarginazione del settore.
La modernizzazione della flotta deve essere considerata come un processo di rinnovamento e non come un aumento della capacità di pesca. Sostituire una barca vecchia con una nuova serve a garantire la sicurezza dei lavoratori a bordo, ridurre le emissioni e migliorare l’efficienza energetica.
Un altro punto nevralgico è dare maggiore risalto alle Organizzazioni di produttori, affinché siano sviluppati programmi di filiera sempre più strutturati e accessibili, capaci di offrire opportunità ai giovani.
Servono inoltre ammortizzatori sociali dedicati. È necessaria una misura strutturale che consenta di affrontare anche le emergenze climatiche e dia una vera svolta al welfare di un settore sempre più abbandonato, garantendo la dignità salariale degli equipaggi e salvaguardando l’occupazione.
Qual è la decisione che Governo e Unione europea devono assumere subito per evitare che altre imprese escano dal settore?
La decisione da prendere domani mattina è una: fermare i tagli lineari e punitivi dello sforzo di pesca e lanciare un piano straordinario per il ricambio generazionale, legandolo alla nostra identità gastronomica.
Per bloccare la fuga dal settore serve una svolta radicale che unisca economia sociale, giovani e cultura agroalimentare. Occorre innanzitutto sbloccare la burocrazia per i giovani e finanziare percorsi semplificati per le start-up cooperative, garantendo loro l’accesso al credito e la formazione necessaria per essere non solo cacciatori, ma veri manager e sentinelle del mare.
Un’identità forte e una nuova prospettiva per i giovani passano anche dal legame con la Cucina italiana, patrimonio UNESCO. La nostra cucina si basa sulla straordinaria biodiversità del Mediterraneo.
Immaginarla senza la pesca locale e senza un confronto costante tra ristorazione e pescatori significherebbe indebolirne il valore identitario e interrompere il dialogo tra le generazioni. Al contrario, attraverso il turismo sensoriale e la valorizzazione della materia prima autentica, evitando l’omologazione al solo pesce allevato, possiamo attribuire al giovane pescatore anche il ruolo di informatore gastronomico e creare nuove opportunità di diversificazione del lavoro.
Inoltre, immaginiamo un percorso che chiamiamo Patto della Filiera Azzurra. La nostra organizzazione, facendosi come sempre portavoce delle esigenze della pesca e delle comunità costiere, chiede con forza di sostenere contratti di filiera corti e trasparenti tra cooperative di pesca e ristorazione, valorizzando le specie locali e stagionali e quelle aliene edibili, come il granchio blu.
Questo restituisce valore economico al pescatore, educa il consumatore e salvaguarda la nostra immensa cultura gastronomica.












Quindi un ventenne alle prime armi e probabilmente senza una famiglia da accudire è più importante di noi over 40, con una vita sacrificata in mare e con moglie e figli a carico
Cioè fatemi capire in base a quale criterio scientifico sociale hanno deciso di dare 5 tonnellate di quota tonno a dei pivelli che non sanno quale il ponente e il levante