Il Vietnam rafforza il peso strategico del settore ittico nella propria economia. Nel 2025 le esportazioni di prodotti ittici hanno superato gli 11 miliardi di dollari, mentre nei primi cinque mesi del 2026 hanno raggiunto 4,65 miliardi, in crescita del 10,6% su base annua. Il dato più rilevante riguarda però la produzione: l’acquacoltura rappresenta ormai oltre il 61% del totale. Il Paese punta a superare il modello fondato solo su volumi e competitività di prezzo, costruendo una filiera più tecnologica, certificata e tracciabile. Il gambero resta il prodotto simbolo, ma il passaggio decisivo riguarda l’intero sistema produttivo.
Il Vietnam non vuole più essere solo un esportatore di volumi
Il Vietnam sta cambiando posizione nella filiera ittica mondiale. Per anni è stato letto soprattutto come un grande esportatore competitivo, capace di presidiare i mercati internazionali con volumi importanti, prezzi contenuti e una struttura produttiva molto diffusa.
Oggi la traiettoria è diversa. La linea indicata da Hanoi è trasformare il settore ittico in un asse sempre più industriale dell’agricoltura nazionale. Non solo più produzione, ma più controllo della filiera, più standard, più tecnologia e maggiore capacità di rispondere alle richieste dei mercati globali.
Il passaggio decisivo è nello spostamento del baricentro produttivo. L’acquacoltura pesa ormai per oltre il 61% della produzione ittica vietnamita. Significa che la crescita del comparto dipende sempre meno dalla sola pesca di cattura e sempre di più da allevamenti, trasformazione, tracciabilità e governo dei processi.
È qui che il caso Vietnam diventa rilevante anche per l’Europa. Non perché rappresenti un modello da replicare in modo automatico, ma perché mostra con chiarezza dove si sta spostando la competizione globale: dal semplice prodotto al sistema che lo genera.
Il gambero resta il banco di prova
Il gambero resta il prodotto più importante e più esposto. Nel 2025 l’export vietnamita di gamberi ha raggiunto un valore vicino ai 4,6 miliardi di dollari, confermando il Paese tra i principali esportatori mondiali.
Proprio il gambero racconta il cambio di fase. Non basta più produrre tanto. I buyer internazionali chiedono continuità, sicurezza, certificazioni, tracciabilità, requisiti sanitari, riduzione dell’impatto ambientale e documentazione sempre più precisa lungo tutta la catena.
Per il Vietnam, il gambero non è soltanto una voce centrale dell’export. È il test più severo della capacità del Paese di salire di categoria: da prodotto competitivo a filiera credibile, da materia prima globale a sistema industriale verificabile.
La differenza è sostanziale. Il mercato internazionale non premia più solo chi arriva con il prezzo migliore. Premia chi riesce a dimostrare come produce, da dove arriva il prodotto, quali standard rispetta e quanto è stabile la filiera.
La crescita c’è, ma il mercato chiede garanzie
I numeri restano forti. Nel 2025 il Vietnam ha superato gli 11 miliardi di dollari di esportazioni ittiche. Nei primi cinque mesi del 2026 ha raggiunto 4,65 miliardi di dollari, con una crescita del 10,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.
È un risultato che conferma la solidità commerciale del comparto. I prodotti ittici vietnamiti arrivano in oltre 170 Paesi e territori, con Cina, Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud tra i mercati principali. Una presenza così ampia aumenta però anche l’esposizione alle regole dei mercati più esigenti.
La competizione non si gioca più soltanto sul prezzo. Pesano i costi produttivi, le barriere tecniche, le richieste sanitarie, le certificazioni, la tracciabilità, la riduzione delle emissioni e il contrasto alla pesca illegale. Sono elementi che incidono direttamente sulla possibilità di esportare e sulla tenuta dei margini.
La crescita dei volumi rafforza il settore, ma rende più evidenti anche le fragilità: produzione ancora frammentata, trasformazione non sempre profonda, vulnerabilità climatica, difficoltà di ricambio generazionale nella manodopera e bisogno di maggiore innovazione.
Il Vietnam ha costruito una posizione forte nel mercato ittico mondiale. Ora deve difenderla dentro un sistema commerciale che non si accontenta più del prodotto, ma chiede garanzie lungo tutta la filiera.
Tecnologia, certificazioni e trasformazione profonda
La risposta indicata da Hanoi passa da tre leve: digitalizzazione, certificazioni internazionali e maggiore valore aggiunto.
La digitalizzazione serve a rendere più leggibile la filiera. Non è un dettaglio amministrativo, ma uno strumento di competitività. Senza dati affidabili, tracciabilità e controllo dei flussi, diventa più difficile dialogare con mercati che pretendono prove, non dichiarazioni.
Le certificazioni aiutano a rendere gli allevamenti più riconoscibili per buyer, autorità e distributori. In un mercato sempre più selettivo, lo standard non è più un costo accessorio: è una chiave di accesso.
La trasformazione profonda è il terzo passaggio. Vendere prodotti a maggiore contenuto di servizio e lavorazione permette di aumentare il valore dell’export e ridurre la dipendenza dalla sola materia prima. È la differenza tra essere fornitori di volume e diventare partner industriali.
Sullo sfondo resta il clima. Per un Paese esposto a variazioni ambientali e stress sulle aree produttive, l’adattamento non è un tema teorico. È una condizione per continuare a produrre.
Il Vietnam sta provando a tenere insieme scala produttiva, sostenibilità e industria. La crescita dell’export conferma la forza commerciale del Paese, ma il passaggio decisivo è un altro: costruire una filiera più tracciabile, più certificata e più capace di reggere le nuove regole della competizione globale.













