La crisi del settore ittico europeo non è più una prospettiva, ma una condizione già in atto. Ed è su questo presupposto, netto e non più eludibile, che a Venezia è in corso il secondo Seminario nazionale dei GALPA: non un appuntamento tecnico, ma un passaggio che somiglia sempre più a un punto di non ritorno per la pesca e l’acquacoltura.
Il quadro che emerge è quello di un sistema sotto pressione su più fronti simultanei. Il cambiamento climatico sta modificando gli equilibri degli stock ittici e la distribuzione delle specie, mentre l’aumento dei costi energetici sta erodendo i margini operativi delle imprese fino a livelli difficilmente sostenibili. A questo si aggiunge una competizione globale sempre più aggressiva, che mette in discussione la capacità del comparto europeo di restare competitivo.
Non è solo una crisi economica. È una crisi di modello.
In questo contesto, il sistema dei GALPA — sostenuto dal programma FEAMPA — si trova a operare con una dotazione complessiva superiore ai 107 milioni di euro, già in larga parte impegnati nei Piani di azione locale. Risorse rilevanti, che secondo quanto emerso durante il seminario mostrano un avanzamento concreto, ma che da sole non bastano a invertire la rotta se non accompagnate da una trasformazione strutturale della filiera.
Il nodo centrale è la frammentazione. Per decenni, la pesca ha funzionato come un insieme di micro-sistemi indipendenti. Oggi, in un contesto globale integrato, questa configurazione rappresenta un limite competitivo evidente. Il rischio, sempre più concreto, è quello di rimanere schiacciati tra costi crescenti e prezzi che il mercato non riconosce.
È su questo punto che il seminario in corso a Venezia segna un cambio di tono. Come è stato evidenziato nel corso dei lavori, il settore non può più permettersi approcci individuali: “stare soli oggi significa rischiare di rimanere l’ultimo gradino della catena economica”, è uno dei passaggi che sintetizza il clima emerso tra gli operatori. La cooperazione, quindi, non viene più presentata come una buona pratica, ma come una condizione necessaria per la sopravvivenza del comparto.
Il passaggio è culturale prima ancora che operativo.
Nel frattempo, il settore è chiamato a ridefinire il proprio posizionamento. La diversificazione delle attività — dall’ittiturismo al pescaturismo — emerge come una leva concreta per generare reddito aggiuntivo e ridurre la dipendenza dalle sole attività di cattura. Allo stesso modo, l’innovazione nei processi di trasformazione e distribuzione diventa essenziale per intercettare un mercato in evoluzione, sempre più orientato a prodotti ad alto valore aggiunto.
Ma il tema più urgente resta quello energetico. Il costo del carburante rappresenta oggi uno dei principali fattori di criticità per le imprese. Le misure adottate negli ultimi mesi, come la riduzione della tassazione sul carburante, hanno offerto un sollievo immediato, ma — come sottolineato nel confronto tra istituzioni e operatori — non risolvono una criticità strutturale che richiede un ripensamento complessivo della flotta e degli investimenti.
Nel confronto emerso a Venezia, il tema dei costi è stato indicato come una delle urgenze più immediate. Come ha sottolineato Graziella Romito, direttrice generale della pesca marittima e dell’acquacoltura del MASAF, “i costi che i nostri pescatori devono sostenere sono enormi”, richiamando l’intervento recente del Governo sulla tassazione del carburante come prima risposta emergenziale.
Ma il nodo resta strutturale. La sostenibilità del settore passa da una ristrutturazione complessiva, che includa la conversione della flotta verso modelli a minore impatto energetico e un rafforzamento del confronto con la Commissione europea, in vista di un quadro finanziario che, allo stato attuale, non appare ancora adeguato alle esigenze della pesca.
Nel corso dei lavori, è emersa con chiarezza anche un’altra criticità: la necessità di superare una logica puramente finanziaria nella valutazione delle politiche. Non basta impegnare le risorse. Serve dimostrare che queste producono effetti reali sui territori, in termini di occupazione, sostenibilità e resilienza economica.
È un cambio di paradigma che guarda già oltre il 2027, proiettando il sistema verso la prossima programmazione europea.
A rafforzare questa visione contribuisce anche il tentativo di valorizzare la pesca tradizionale come patrimonio culturale immateriale. Un’iniziativa che sottolinea come il settore non sia soltanto un comparto produttivo, ma un elemento identitario delle comunità costiere europee.
Intanto, fuori dalle sale del seminario, la realtà resta complessa. In molte aree costiere, la riduzione delle attività di pesca ha già iniziato a produrre effetti tangibili sul tessuto economico e sociale, con ricadute dirette sull’occupazione e sulla tenuta delle filiere locali.
È anche per questo che la scelta di Venezia assume un valore simbolico. In una città che da secoli vive sull’equilibrio tra acqua, economia e comunità, il futuro della pesca europea si gioca oggi sulla capacità di costruire nuove alleanze.
Le visite in programma oggi nella laguna, tra esperienze di ittiturismo e progetti locali, offriranno esempi concreti di un cambiamento già in atto. Ma la sfida resta aperta: trasformare queste esperienze in un modello scalabile.
Il messaggio che arriva dal seminario è chiaro e difficilmente equivocabile.
Il settore ittico europeo ha ancora margini di adattamento, ma il tempo a disposizione si sta riducendo.
E questa volta, non sarà possibile affrontare la transizione da soli.












