Cosa sostiene nel lungo periodo la domanda di seafood? Un’analisi econometrica condotta su 124 Paesi tra il 1990 e il 2022 indica nel reddito, misurato attraverso il PIL pro capite, il determinante più robusto dei consumi attraverso regioni, continenti e fasce economiche. La domanda si è rafforzata in tutte le macroaree considerate, ma con intensità differenti. L’Asia registra la crescita più marcata e, per la Cina, lo studio stima un incremento medio annuo della domanda di circa 4,6%. Un dato che non equivale a un aumento della stessa entità dei volumi consumati.
Più seafood consumato non significa necessariamente più domanda. La differenza può sembrare sottile, ma per chi produce, importa, trasforma o distribuisce prodotti ittici cambia il modo di leggere un mercato.
Un aumento dei consumi può infatti dipendere da maggiore disponibilità di prodotto, crescita della popolazione o variazioni di prezzo. Una domanda che si rafforza racconta qualcosa di diverso: segnala che, a determinate condizioni di mercato, i consumatori sono disposti ad acquistare di più o a riconoscere maggiore valore al prodotto.
È proprio questa distinzione a rendere interessante Global seafood demand in transition, studio di Dejene Gizaw Kidane, Øystein Myrland e Dengjun Zhang pubblicato su Aquaculture Economics & Management.
Gli autori hanno analizzato oltre tre decenni di dati valutando il ruolo di PIL pro capite, prezzo del seafood, apertura commerciale, prezzi alimentari, urbanizzazione, popolazione e struttura demografica. L’obiettivo non è stabilire semplicemente dove si mangia più pesce, ma capire quali fattori accompagnano in modo più consistente il consumo e come la domanda si è modificata nel lungo periodo.
Più consumi non significano automaticamente più domanda
Lo studio parte dal consumo apparente pro capite, espresso in peso edibile. Il dato deriva dalla produzione nazionale più le importazioni, corrette per le variazioni delle scorte, meno esportazioni e utilizzi non alimentari, e viene poi rapportato alla popolazione.
Non misura quindi direttamente ciò che passa dalle casse dei supermercati o dai menu della ristorazione. È una proxy costruita per rendere confrontabili Paesi molto diversi lungo un periodo di oltre trent’anni.
Gli autori utilizzano quindi l’andamento del consumo pro capite e dei prezzi, insieme alle elasticità stimate, per calcolare un indice di crescita della domanda. La finalità è individuare gli spostamenti strutturali della domanda separandoli, per quanto consentito dal modello, dalle semplici variazioni di quantità e prezzo.
È una distinzione decisiva anche commercialmente. Due mercati possono mostrare un aumento simile dei consumi, ma avere alle spalle dinamiche completamente diverse. In uno può essere aumentata soprattutto l’offerta; nell’altro può essersi rafforzata la propensione del consumatore verso il seafood.
Cina, cosa significa davvero quel +4,6%
Il caso cinese rende bene la differenza.
Nel campione analizzato, la crescita media annua della domanda varia da circa -3% a oltre +8% a seconda del Paese. Per la Cina, il maggiore mercato mondiale per consumo di seafood considerato dagli autori, la stima si colloca intorno al +4,6% annuo nel periodo 1990-2022.
Non significa che ogni anno i cinesi abbiano consumato il 4,6% di pesce in più.
Quel valore esprime lo spostamento stimato della domanda attraverso il metodo adottato nello studio. Confonderlo con la semplice variazione dei volumi produrrebbe quindi una lettura errata del risultato.
La geografia che emerge rimane comunque significativa. A livello regionale la crescita più sostenuta riguarda Asia orientale e Pacifico; tra i continenti prevale l’Asia, mentre per fascia economica l’aumento più forte interessa i Paesi a reddito medio-alto, seguiti da quelli ad alto reddito.
Non sono previsioni sul futuro. Sono le traiettorie ricostruite dallo studio per il periodo 1990-2022.
Il reddito è la variabile che cambia meno da un mercato all’altro
È quando gli autori cercano di spiegare queste traiettorie che emerge il risultato più interessante per la filiera.
Nell’analisi globale, maggiore PIL pro capite e maggiore apertura commerciale sono associati a consumi superiori. Nel modello che tiene conto anche della possibile endogeneità dei prezzi, il coefficiente riferito al PIL pro capite è 0,541. In termini econometrici, un aumento dell’1% del PIL pro capite è associato, a parità delle altre variabili considerate, a circa 0,54% di consumo pro capite in più.
Il risultato sul prezzo è molto diverso. Nella stessa specificazione l’elasticità stimata è -0,037: il segno è negativo, coerentemente con la teoria economica, ma la dimensione dell’effetto indica una domanda globalmente poco sensibile alle variazioni di prezzo.
La parte più solida dell’analisi arriva però quando si cambia scala.
Passando dal dato mondiale a regioni, continenti e gruppi di reddito, il reddito è l’unico determinante che conserva un effetto positivo e robusto con sufficiente continuità. Prezzi, commercio, costo degli altri alimenti, urbanizzazione e variabili demografiche possono incidere, ma segno, intensità e significatività cambiano a seconda del contesto.
Per un operatore significa una cosa molto concreta: non esiste una leva commerciale universale capace di produrre lo stesso risultato in tutti i mercati.
Per le imprese la domanda utile è: perché quel mercato sta crescendo?
Anche il reddito, tuttavia, non agisce nel vuoto. Serve prodotto disponibile e accessibile.
Tra il 1990 e il 2022 la produzione mondiale di animali acquatici da acquacoltura è aumentata di circa 3,5 volte, raggiungendo 94,4 milioni di tonnellate nel 2022. Lo studio individua proprio nell’espansione dell’acquacoltura uno dei fattori che possono avere rafforzato disponibilità e accessibilità economica del seafood, soprattutto in alcuni grandi mercati asiatici.
È una trasformazione diventata ancora più evidente negli anni successivi: la nuova centralità dell’acquacoltura nell’offerta ittica mondiale modifica progressivamente il rapporto tra capacità produttiva, accessibilità del prodotto e sviluppo dei mercati.
Gli stessi autori invitano infatti a non attribuire la maggiore crescita asiatica esclusivamente ai consumatori. Capacità produttiva interna, sviluppo dell’acquacoltura e disponibilità sul mercato possono rafforzare gli effetti della crescita economica, creando condizioni particolarmente favorevoli all’espansione del seafood.
La lettura deve comunque restare prudente. Per costruire un confronto globale, lo studio utilizza i valori di importazione ed esportazione come proxy dei prezzi interni, perché non esistono serie omogenee dei prezzi al consumo per tutti i Paesi analizzati. Il metodo di calcolo della crescita della domanda assume inoltre elasticità costanti nel tempo. Sono limiti dichiarati dagli autori e impediscono di utilizzare i risultati come previsioni puntuali sui mercati futuri.
La conseguenza per la filiera è più interessante di una classifica dei Paesi dove aumentano i consumi. Sapere che un mercato cresce non basta. Bisogna capire perché cresce.
Se l’aumento dipende principalmente dalla popolazione, dalla maggiore disponibilità di prodotto, dal prezzo o dall’aumento del potere d’acquisto, cambiano il posizionamento, l’assortimento, le fasce di valore e perfino le strategie di ingresso.
Dopo oltre tre decenni di dati e 124 Paesi analizzati, lo studio individua un segnale più stabile degli altri: quando cresce il reddito, cresce anche lo spazio economico per il seafood. Il modo in cui quello spazio viene occupato, invece, dipende dal mercato.













