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Ittico, ciò che la GDO propone i consumatori comprano

Uno studio dell’Università dell’East Anglia mostra che, nel comparto ittico, l’assortimento della GDO orienta in modo decisivo le scelte d’acquisto: i consumatori comprano ciò che trovano proposto, mentre molte specie locali e sostenibili restano ai margini del mercato

Davide Ciravolo by Davide Ciravolo
12 Gennaio 2026
in In evidenza, Mercati, News
GDO e consumo di pesce

Il consumo di pesce nel Regno Unito è diminuito del 25% nell’ultimo decennio, nonostante la qualità e l’abbondanza delle specie presenti nelle acque britanniche. È un dato che sorprende per un Paese storicamente legato alla pesca e che oggi dipende per oltre l’80% da prodotti importati. Merluzzo, eglefino, tonno, salmone e gamberi – i cosiddetti “big five” – continuano a dominare gli scaffali della grande distribuzione, mentre sardine, acciughe, spratti e molte specie di pesci piatti vengono esportati o restano ai margini dell’offerta.

Lo studio realizzato dall’Università dell’Anglia orientale offre una chiave di lettura rilevante anche per i mercati europei. I ricercatori collegano la contrazione dei consumi alla distanza crescente tra il consumatore moderno e il pesce locale, definendola una “maledizione della modernità”. Gran parte dei cittadini non raggiunge nemmeno una porzione settimanale di pesce e questo limita l’assunzione di nutrienti fondamentali, come gli omega-3. I giovani mostrano una minore propensione a includere prodotti ittici nella dieta, mentre i pensionati tendono a consumare una gamma più ampia di specie.

La ricerca individua due barriere ricorrenti: il timore delle lische e la percezione di un sapore troppo deciso nelle specie meno conosciute. Eppure il quadro non è affatto immobile. Il 40% degli intervistati sarebbe disposto a provare pesci locali meno presenti nella GDO, soprattutto se freschi, sostenibili e proposti a prezzi accessibili. Questo dato si intreccia con un’altra evidenza significativa: le vendite rispecchiano l’assortimento. Il caso del salmone è emblematico. Rappresenta circa il 25% delle vendite e il 20% dell’offerta esposta, una relazione che si ripete in modo coerente per tutte le principali specie.

Il mercato invia un messaggio chiaro: ciò che è disponibile e ben proposto, si vende. E ciò che resta invisibile, anche quando è locale e sostenibile, non entra nelle abitudini alimentari. Questo passaggio è cruciale per chi lavora nella filiera, non solo in Regno Unito ma in tutto il contesto europeo. La grande distribuzione può influenzare le scelte dei consumatori più di qualsiasi campagna divulgativa. L’inclusione stabile di specie locali e meno note, accompagnata da informazioni semplici, ricette e modalità di preparazione, può generare un cambiamento reale nei consumi.

La dinamica britannica evidenzia un altro nodo strategico: l’export di specie locali a basso impatto e l’import massiccio di prodotti “standardizzati” accrescono la vulnerabilità delle catene di approvvigionamento e aumentano le emissioni complessive del comparto. È un problema che tocca tutti i Paesi che dispongono di stock sostenibili ma non riescono a valorizzarli a livello nazionale. La distribuzione moderna ha gli strumenti per correggere parte di questo squilibrio, avvicinando i consumatori a un ventaglio più ampio di specie, con benefici economici e ambientali.

La ricerca della UEA, finanziata da UK Research and Innovation, sottolinea infine come il consumatore non sia ostile alla novità, ma semplicemente poco esposto a un’offerta diversificata. È un dato che invita a riflettere sul ruolo della GDO nella promozione delle filiere locali, sulla necessità di una comunicazione più trasparente sulle provenienze e sulla possibilità di includere i pesci azzurri e i piccoli pelagici nel paniere quotidiano, senza relegarli a una nicchia marginale.

Il Regno Unito, oggi fortemente dipendente da importazioni, rappresenta un laboratorio utile per comprendere quali leve possono favorire un ritorno al consumo consapevole. L’esperienza suggerisce che una strategia di assortimento più equilibrata, sostenuta da una narrazione semplice e pratica, può contribuire a ricostruire il legame tra cittadini, territori e risorse locali. È una riflessione che vale per la Gran Bretagna, ma che riguarda anche molti mercati europei impegnati a coniugare sostenibilità, competitività e sicurezza alimentare.

Tags: assortimento itticoconsumo di pesceGDOmercato itticopesce localepiccoli pelagici
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Davide Ciravolo

Davide Ciravolo

Autore Pesceinrete, retail ittico e mercati seafood Davide Ciravolo è autore Pesceinrete. Si occupa di mercati, distribuzione e scenari commerciali della filiera ittica, con particolare attenzione al rapporto tra prodotto, retail e consumi. La sua esperienza come ex buyer di Esselunga gli permette di osservare il settore seafood anche dal punto di vista della GDO e delle dinamiche di assortimento.

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