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Mediterraneo da record: il mare più caldo pesa sulla filiera ittica

Il rapporto ESOTC 2024 conferma temperature superficiali mai così alte nel Mediterraneo. Per pesca, acquacoltura e logistica costiera il clima diventa una variabile produttiva

Davide Ciravolo by Davide Ciravolo
3 Giugno 2026
in In evidenza, News, Sostenibilità
Mediterraneo più caldo

Nel 2024 il Mediterraneo ha registrato la temperatura superficiale media più alta mai rilevata. Per la pesca, l’acquacoltura e le economie costiere non è un dato di contorno, ma un segnale da leggere con attenzione: quando cambia la temperatura del mare, cambiano anche le condizioni ambientali in cui vivono le specie, si organizzano le produzioni e si pianificano le attività lungo la filiera.

A confermarlo è lo European State of the Climate 2024, il rapporto realizzato dal Copernicus Climate Change Service e dalla World Meteorological Organization. Il documento fotografa un anno segnato da record climatici diffusi, con l’Europa che ha vissuto il suo anno più caldo mai registrato e con temperature superficiali del mare particolarmente elevate nella regione europea e nel Mediterraneo.

Il dato marino è tra i più rilevanti. Nel 2024 la temperatura superficiale media del mare nella regione europea ha raggiunto 13,73°C, il valore più alto della serie storica: 0,69°C sopra la media e 0,06°C oltre il precedente record del 2023. Il Mediterraneo, considerato nel suo insieme, ha chiuso l’anno a 21,5°C, segnando anche in questo caso il valore più alto mai registrato: 1,2°C sopra la media e 0,3°C in più rispetto al precedente primato del 2023.

Per il settore ittico questi numeri non vanno trasformati in allarmismo, ma nemmeno derubricati a semplice statistica climatica. Il mare è un regolatore fondamentale del clima e assorbe gran parte del calore in eccesso associato alle emissioni di gas serra di origine antropica. L’aumento delle temperature oceaniche può favorire lo spostamento degli habitat, stressare gli organismi marini e incidere sugli equilibri degli ecosistemi. Il rapporto sottolinea inoltre che le ondate di calore marine possono avere impatti severi sulla biodiversità e conseguenze socioeconomiche per attività come pesca, acquacoltura e turismo.

Il passaggio più significativo riguarda l’estate. A metà agosto 2024 la temperatura superficiale giornaliera media dell’intero Mediterraneo ha raggiunto il valore più alto mai registrato, toccando 28,7°C il 13 agosto. È stato superato il precedente record di 28,3°C, stabilito nel luglio 2023. Nello stesso giorno, le anomalie più marcate sono state osservate nel Mediterraneo occidentale, con valori fino a 4°C sopra la media nel Mar Ligure e nell’alto Adriatico e fino a 6°C nel Golfo del Leone. Secondo il rapporto, queste condizioni corrispondono a un’ondata di calore marina di categoria 3, classificata come “severa”.

Una marine heatwave non consente, da sola, di spiegare l’andamento di una specie, di uno stock o di un mercato. Sarebbe una lettura troppo rapida e non scientificamente corretta. Tuttavia, rappresenta un fattore ambientale che entra nel quadro operativo della filiera. In un mare più caldo, la distribuzione delle specie, la produttività degli ecosistemi, la qualità degli habitat, la gestione degli impianti di acquacoltura e la programmazione delle attività possono diventare più variabili e più esposte a stress.

Il tema non riguarda solo la biologia marina. Il rapporto collega le temperature superficiali elevate del Mediterraneo anche alla possibilità di alimentare eventi meteorologici più intensi, fornendo energia e umidità all’atmosfera. Nel 2024, temperature superiori alla media nel Mediterraneo potrebbero aver contribuito agli episodi di pioggia estrema associati alla tempesta Boris, che ha provocato alluvioni nell’Europa centrale e orientale, e alle gravi inondazioni che hanno colpito la regione di Valencia.

È un punto importante anche per le economie del mare. Porti, mercati ittici, aree di sbarco, impianti costieri, piattaforme logistiche, catene del freddo e sistemi di distribuzione sono infrastrutture essenziali per pesca e acquacoltura. Quando gli eventi estremi colpiscono il territorio, il problema non resta confinato alla cronaca climatica: può diventare un problema produttivo, logistico, assicurativo e commerciale.

Nel 2024 l’Europa ha registrato le alluvioni più diffuse dal 2013. Tempeste e inondazioni hanno colpito circa 413.000 persone, provocando almeno 335 vittime e danni stimati in oltre 18 miliardi di euro. Il 30% della rete fluviale europea ha superato la soglia di piena “alta” e il 12% quella “severa”. Sono dati che non riguardano esclusivamente il settore ittico, ma aiutano a comprendere quanto la resilienza delle infrastrutture stia diventando centrale per tutte le filiere alimentari, comprese quelle legate al mare.

Il quadro si completa con le condizioni osservate nell’Europa sud-orientale. L’estate 2024 è stata segnata da caldo estremo, minori precipitazioni e siccità persistente. La regione ha registrato l’estate più secca nella serie di dodici anni dell’indice di siccità analizzato dal rapporto, con portate medie estive “notevolmente” o “eccezionalmente” basse nel 35% dei fiumi. Anche questo elemento ha un riflesso indiretto ma concreto sugli ecosistemi acquatici: disponibilità e qualità dell’acqua, equilibrio tra acque dolci e marine, lagune, zone umide e ambienti costieri sono parte del sistema naturale da cui dipendono molte attività produttive.

La lettura per la filiera ittica deve essere pragmatica. Il rapporto ESOTC 2024 non sostituisce le analisi biologiche sugli stock, le valutazioni dei ricercatori, i dati degli istituti scientifici o le decisioni delle autorità di gestione. Offre però un quadro di fondo che non può essere ignorato: il Mediterraneo si sta riscaldando, le ondate di calore marine raggiungono nuovi record e gli eventi estremi incidono sempre di più sulle condizioni in cui operano imprese, marinerie, acquacoltori e sistemi logistici.

La questione, quindi, non è inseguire ogni record come se fosse un’emergenza isolata. La questione è integrare il rischio climatico nella pianificazione ordinaria del settore. Monitoraggio ambientale, dati scientifici, infrastrutture resilienti, gestione delle acque, sicurezza degli impianti, continuità logistica e capacità di adattamento diventano elementi di competitività.

Nel Mediterraneo che cambia, la filiera ittica non può limitarsi a osservare il mare come sfondo della propria attività. Deve leggerlo come un indicatore produttivo, ambientale ed economico. La pesca e l’acquacoltura del futuro si giocheranno anche qui: nella capacità di unire conoscenza scientifica, gestione industriale e visione strategica davanti a un mare più caldo, più variabile e più esposto agli estremi.

Tags: acquacolturaBlue Economycambiamento climaticoCopernicusecosistemi mariniEuropean State of the Climatefiliera itticamare caldoMediterraneoondate di calore marinepescaWMO
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Davide Ciravolo

Autore Pesceinrete, retail ittico e mercati seafood Davide Ciravolo è autore Pesceinrete. Si occupa di mercati, distribuzione e scenari commerciali della filiera ittica, con particolare attenzione al rapporto tra prodotto, retail e consumi. La sua esperienza come ex buyer di Esselunga gli permette di osservare il settore seafood anche dal punto di vista della GDO e delle dinamiche di assortimento.

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