La presentazione in Italia del Manifesto di Sostenibilità promosso da Seafood Europe apre un passaggio non secondario per l’industria europea della trasformazione e del commercio dei prodotti ittici, con ricadute che interessano l’intera filiera. Il documento, portato in Italia da ANCIT, non va letto soltanto come una dichiarazione di intenti. La sua utilità, per il settore, dipenderà dalla capacità di trasformare principi generali in scelte industriali misurabili, verificabili e comunicabili senza scorciatoie.
Il punto centrale è proprio questo. La sostenibilità, nel seafood, non può più essere trattata come una formula unica, buona per ogni occasione. Riguarda l’origine della materia prima, la gestione degli stock, le pratiche di pesca, l’acquacoltura, i processi di trasformazione, l’uso dell’energia, il packaging, il lavoro, le comunità costiere, la sicurezza alimentare, la nutrizione e anche il modo in cui le aziende comunicano al consumatore finale. È una catena lunga, spesso internazionale, nella quale ogni anello può rafforzare o indebolire la credibilità dell’intero comparto.
Da questo punto di vista, il Manifesto prova a fissare una cornice comune. I sei capitoli individuati dal documento coprono i temi principali: il ruolo del pesce e dei frutti di mare in una dieta sana e sostenibile, la pesca responsabile e la salute degli oceani, l’acquacoltura responsabile, la produzione e trasformazione responsabile, la tutela dei diritti umani e lo sviluppo delle comunità, la comunicazione responsabile. È una struttura ampia, che ha il merito di non ridurre la sostenibilità alla sola dimensione ambientale. Nel settore ittico, infatti, parlare solo di ambiente rischia di essere insufficiente. La dimensione sociale, produttiva e nutrizionale è parte integrante del discorso.
Il Manifesto arriva in una fase in cui l’industria ittica europea ha bisogno di rafforzare il proprio posizionamento. Da un lato, il consumatore è più attento all’origine dei prodotti, agli imballaggi, agli sprechi e alla qualità nutrizionale. Dall’altro, le imprese si muovono in un contesto complesso, segnato da costi, concorrenza internazionale, tensioni geopolitiche, disponibilità della materia prima e nuove aspettative da parte della distribuzione. La sostenibilità diventa quindi anche un terreno competitivo: non basta dichiararla, occorre dimostrarla.
Il comparto conserviero ittico italiano rappresenta uno degli osservatori più interessanti di questa trasformazione. Secondo le elaborazioni ANCIT su dati Istat riportate in occasione della presentazione, nel 2025 il settore delle conserve ittiche ha raggiunto un valore di 2 miliardi e 43 milioni di euro, con una crescita del 2,15% rispetto al 2024. Il tonno in scatola resta il prodotto guida, con un valore di 1 miliardo e 683 milioni di euro, una produzione nazionale di 72.494 tonnellate e un export pari a 37.031 tonnellate, in aumento dell’11,30%.
Sono numeri che confermano il peso industriale del segmento, ma raccontano anche un cambiamento culturale. Il tonno in scatola e, più in generale, le conserve ittiche non possono essere considerate soltanto prodotti di servizio, scelti per praticità o convenienza. La loro centralità nella dispensa domestica, nella distribuzione moderna e nei consumi quotidiani impone una riflessione più ampia: qualità della materia prima, profilo nutrizionale, accessibilità, sicurezza, durata di conservazione, riduzione degli sprechi e circolarità del packaging.
Il tema della nutrizione è uno dei passaggi più forti del Manifesto. I prodotti ittici continuano a essere indicati dalla comunità scientifica come parte rilevante di una dieta equilibrata, per l’apporto di proteine nobili, omega 3, vitamine e minerali. Nel caso delle conserve, il valore aggiunto è dato anche dalla praticità, dalla lunga shelf life e dalla possibilità di ridurre lo spreco alimentare. È un aspetto spesso sottovalutato nel dibattito pubblico, dove il prodotto conservato viene talvolta percepito in modo meno qualificante rispetto al fresco. In realtà, nel seafood moderno, fresco, trasformato, surgelato, affumicato e conservato rispondono a bisogni diversi e complementari.
Un altro punto rilevante riguarda l’economia circolare. La trasformazione del tonno, secondo quanto illustrato nella documentazione ANCIT, utilizza per l’inscatolamento solo una parte della materia prima, mentre il resto può essere destinato a filiere diverse: farine e oli di pesce, ingredienti per mangimistica, applicazioni nutraceutiche, cosmetiche, bioplastiche, fertilizzanti e bioenergia. È qui che la sostenibilità smette di essere comunicazione e diventa ingegneria di processo. La vera partita, per l’industria, sarà rendere questi percorsi sempre più efficienti, tracciabili e scalabili.
Anche il packaging entra con forza nel discorso. Acciaio, alluminio e vetro sono materiali riciclabili e il sistema italiano del recupero degli imballaggi mostra performance elevate. Ma sarebbe riduttivo limitarsi al dato sul riciclo. Per le imprese ittiche, la sfida è doppia: garantire sicurezza alimentare e conservabilità del prodotto, riducendo al tempo stesso l’impatto complessivo degli imballaggi. Nel caso delle conserve, la scatoletta resta un presidio tecnologico essenziale: protegge il prodotto da ossigeno, luce, umidità e contaminazioni, consente la sterilizzazione e permette una conservazione sicura senza ricorrere a conservanti.
Il passaggio più delicato, tuttavia, riguarda la comunicazione. Il Manifesto dedica un capitolo alla comunicazione responsabile e questo è forse uno degli aspetti più importanti. Nel seafood, la sostenibilità è un tema ad alto rischio di semplificazione. Le filiere sono complesse, le aree di approvvigionamento sono diverse, le certificazioni non sempre vengono comprese dal consumatore e il confine tra informazione corretta e messaggio commerciale può diventare sottile. Per questo, comunicare in modo responsabile significa evitare slogan generici, contestualizzare i dati, spiegare i limiti, distinguere tra impegno, obiettivo e risultato già raggiunto.
La presentazione in Italia del Manifesto assume quindi un valore che supera la dimensione associativa. È un’occasione per chiedere all’industria della trasformazione e del commercio ittico un salto di qualità: meno dichiarazioni astratte, più indicatori, più trasparenza, più coerenza tra ciò che si produce, ciò che si promette e ciò che si racconta. La sostenibilità non è un’etichetta da applicare al prodotto finito, ma un metodo di lavoro che attraversa acquisti, produzione, rapporti con i fornitori, gestione degli scarti, condizioni di lavoro, packaging, logistica e relazione con il mercato.
Per le aziende, soprattutto quelle che operano nella trasformazione e nella distribuzione, il Manifesto può diventare uno strumento utile se verrà usato come base operativa e non come documento da archiviare dopo la presentazione. Per le istituzioni, può rappresentare un punto di confronto con l’industria su politiche più equilibrate, capaci di tenere insieme tutela delle risorse, competitività, sicurezza alimentare e ruolo economico delle filiere. Per il consumatore, infine, può contribuire a una lettura più matura del prodotto ittico, non più valutato soltanto in base al prezzo o alla provenienza immediata, ma dentro una catena più ampia di responsabilità.
Il settore ittico europeo ha davanti una sfida evidente: dimostrare che sostenibilità e industria non sono concetti alternativi. Il Manifesto prova a costruire questa sintesi. La sua forza non sarà misurata dal numero di volte in cui verrà citato, ma dalla capacità delle imprese di tradurlo in comportamenti concreti. Perché la sostenibilità, soprattutto nel seafood, non si gioca nelle formule migliori, ma nella tenuta quotidiana delle filiere.












