Parlare di tonno significa entrare in uno dei comparti più osservati, discussi e spesso semplificati della pesca mondiale. È un settore che muove milioni di tonnellate, miliardi di euro e un’attenzione costante da parte di istituzioni, industria, distribuzione e opinione pubblica. Proprio per questo, ogni fotografia affidabile sullo stato delle risorse merita di essere letta con calma, senza slogan e senza forzature.
La fotografia più aggiornata arriva dal Report Status of the World Fisheries for Tuna – January 2026, pubblicato dalla International Seafood Sustainability Foundation (ISSF). Un documento tecnico che raccoglie e armonizza le più recenti valutazioni scientifiche delle organizzazioni internazionali che gestiscono la pesca del tonno nei principali oceani del pianeta.
Un perimetro chiaro: specie, stock, aree di pesca
L’analisi prende in esame sette specie di tonno oceanico di rilevanza commerciale e ventitré stock distinti, distribuiti tra Atlantico, Pacifico, Oceano Indiano ed emisfero sud. Ogni stock viene valutato attraverso parametri biologici precisi: la capacità riproduttiva della popolazione e l’intensità dello sfruttamento da pesca, confrontate con soglie di riferimento condivise a livello scientifico internazionale.
È un lavoro che non nasce da una singola fonte, ma dall’incrocio dei dati prodotti dalle Organizzazioni Regionali per la Gestione della Pesca, aggiornati e revisionati con continuità.
La scala del fenomeno: 5,8 milioni di tonnellate
Nel 2024 la produzione globale di tonno ha raggiunto circa 5,8 milioni di tonnellate, con un incremento rispetto all’anno precedente. Un volume imponente che conferma il ruolo centrale di questa risorsa nel sistema alimentare e industriale globale.
Ma il dato totale conta meno della sua composizione. Oltre la metà del pescato mondiale è costituita da skipjack, seguito dal yellowfin, che rappresenta poco meno di un terzo del totale. A distanza si collocano bigeye, alalunga e, con volumi molto più contenuti, i tonni rossi. Una distribuzione che incide in modo diretto sulla tenuta complessiva delle risorse.
Lo stato delle risorse: cosa dicono davvero i numeri
Il cuore del Report ISSF 2026 sta qui: nessuno dei ventitré stock analizzati risulta oggi sovrasfruttato. La maggior parte presenta livelli di abbondanza considerati sani, mentre una quota più contenuta si colloca in una fascia intermedia.
Anche sul fronte dello sfruttamento, il quadro è compatto: quasi tutti gli stock sono pescati al di sotto delle soglie critiche. I pochi casi che richiedono maggiore attenzione sono già accompagnati da misure di gestione volte a prevenire situazioni di squilibrio.
È un risultato che non nasce per caso, ma che riflette anni di regolamentazioni, limiti allo sforzo di pesca, chiusure stagionali e negoziati internazionali spesso complessi.
Da dove arriva il tonno che consumiamo
Uno dei dati più significativi riguarda l’origine del pescato globale: la quasi totalità del tonno che arriva sui mercati mondiali proviene da stock valutati biologicamente sani. Questo elemento è strettamente legato al peso delle specie più produttive, in particolare lo skipjack, che sostengono i volumi maggiori.
Non significa che tutte le aree di pesca siano uguali, né che non esistano criticità locali. Significa però che, nel complesso, il sistema oggi si regge su basi biologiche solide.
Come si pesca: concentrazione e responsabilità
La fotografia si completa osservando i sistemi di pesca. La gran parte delle catture mondiali avviene con reti a circuizione, seguite dal palangaro e, in misura minore, da sistemi più selettivi come il pole and line. Il resto si distribuisce tra reti da posta e altri attrezzi.
È un dato che aiuta a capire dove si concentra realmente lo sforzo di pesca e dove, di conseguenza, si giocano molte delle decisioni che contano in termini di gestione e sostenibilità.
Gestione: quando le regole funzionano
Un altro elemento chiave messo in evidenza dal report riguarda la governance. Circa metà delle catture mondiali di tonno proviene oggi da stock gestiti attraverso strategie di prelievo formalizzate, che collegano in modo diretto i risultati scientifici alle decisioni di gestione.
Non è ancora una copertura totale e le differenze tra oceani restano evidenti. Ma il messaggio che emerge è chiaro: dove le regole sono strutturate e applicate, la stabilità degli stock è più robusta.
Una fotografia da maneggiare con cura
Il Report ISSF 2026 non offre certezze definitive e non pretende di farlo. Le risorse marine sono dinamiche, così come lo sono le pressioni ambientali, i mercati e le flotte. Le valutazioni cambiano, i modelli si affinano, le condizioni operative evolvono.
Il dato più importante, forse, è proprio questo: l’equilibrio attuale non è scontato. È il risultato di un sistema che, con tutte le sue complessità, sta ancora funzionando.
Capirlo è essenziale per chi lavora nella filiera ittica.
Darlo per acquisito sarebbe il vero errore.










