Sedici dei 23 principali stock di tonno analizzati superano la valutazione del Principio 1 dello standard MSC. Tuttavia, solo nove dispongono di regole già definite per ridurre le catture quando la quantità di pesce comincia a diminuire. In molti casi, quindi, gli stock sono oggi in buone condizioni, ma il sistema di protezione non è ancora completo.
Stock più solidi, ma la gestione non corre alla stessa velocità
Il nuovo rapporto dell’International Seafood Sustainability Foundation esamina i 23 principali stock di tonni tropicali e temperati distribuiti tra Atlantico, Mediterraneo, Oceano Indiano, Pacifico e acque dell’emisfero australe.
La valutazione non si limita a stabilire quanto pesce sia presente in mare. Il Principio 1 considera lo stato biologico della popolazione, l’efficacia della strategia di pesca, le regole utilizzate per controllare lo sfruttamento, la qualità del monitoraggio e l’affidabilità delle valutazioni scientifiche.
Per superarlo occorre ottenere un punteggio complessivo di almeno 80, senza che nessun indicatore scenda sotto 60. Un buon livello di biomassa, da solo, non basta.
È questo il passaggio che rende il rapporto particolarmente utile per la filiera. Uno stock oggi produttivo può non superare la valutazione quando mancano strumenti prestabiliti per ridurre le catture prima che la risorsa raggiunga una condizione critica.
Le harvest control rules, cioè le regole di controllo delle catture, servono precisamente a questo. Definiscono in anticipo come modificare quote, sforzo di pesca o altre misure in funzione dell’andamento dello stock. La decisione non viene lasciata interamente alla trattativa del momento, ma collegata a indicatori scientifici e soglie già concordate.
ISSF rileva progressi in tutte le organizzazioni regionali di gestione della pesca, ma soltanto nove stock hanno regole di questo tipo pienamente operative. Il limite della gestione mondiale del tonno non è quindi soltanto la capacità di ricostituire gli stock in difficoltà, ma quella di impedire che tornino a esserlo.
I miglioramenti che stanno cambiando la mappa
Tra gli avanzamenti più rilevanti emerge il tonno obeso dell’Atlantico. La nuova valutazione del 2025 restituisce condizioni migliori rispetto al passato: la biomassa è stimata sopra il livello associato al rendimento massimo sostenibile e la mortalità da pesca al di sotto della relativa soglia. La riduzione delle catture registrata a partire dal 2020 ha contribuito alla ripresa, anche se ISSF continua a rilevare debolezze nel controllo effettivo del prelievo e nell’applicazione delle quote.
Migliora anche il tonnetto striato dell’Atlantico occidentale, grazie all’adozione nel 2025 di una procedura gestionale capace di adattare le decisioni allo stato della risorsa. Nell’Oceano Indiano, i nuovi dati rafforzano la valutazione del tonno obeso e del pinna gialla, mentre nel Pacifico meridionale il tonno bianco beneficia di una procedura provvisoria accompagnata da una regola di controllo testata attraverso simulazioni.
Il tonno pinna gialla del Pacifico orientale mostra, inoltre, un rischio di sovrapesca più basso rispetto alla precedente valutazione. In controtendenza, il quadro del tonno bianco dell’Oceano Indiano risulta leggermente più prudente sullo stato della risorsa.
Il rapporto evita però qualsiasi rappresentazione semplicistica. Il tonno rosso dell’Atlantico orientale e del Mediterraneo, per esempio, supera il Principio 1 grazie a una strategia strutturata, a regole di controllo definite e a un sistema di gestione sviluppato dopo il piano di ricostituzione. Persistono tuttavia incertezze nella stima della biomassa e nel peso delle catture non dichiarate.
Situazione differente per il tonno bianco del Mediterraneo, che non supera la valutazione. Il piano di ricostituzione è operativo e le catture recenti sono rimaste vicine al limite stabilito, ma i dati incompleti, l’incertezza sullo stato dello stock e la difficoltà di verificare l’efficacia delle misure impediscono una valutazione più favorevole.
Non superano complessivamente il Principio 1 neppure il pinna gialla e il tonnetto striato dell’Atlantico orientale, il tonno rosso dell’Atlantico occidentale, il tonno obeso del Pacifico orientale, il tonno bianco del Pacifico settentrionale e il tonno rosso del Pacifico. Le cause non sono identiche: in alcuni casi pesa lo stato biologico, in altri l’assenza di regole adeguate o un punteggio complessivo inferiore alla soglia.
Per la filiera, conoscere lo stock non è più sufficiente
Il rapporto offre un’indicazione operativa a importatori, trasformatori, conserve, distributori, ristorazione e marchi: la dicitura relativa alla specie e all’area di cattura non esaurisce la valutazione della sostenibilità.
Occorre sapere quale stock viene sfruttato, ma anche con quale attrezzo, da quale flotta, sotto quale sistema di controllo e con quale livello di conformità. Due prodotti ottenuti dalla stessa specie e nella stessa grande area oceanica possono presentare profili differenti per qualità del monitoraggio, selettività, catture accessorie, rispetto delle quote e capacità di ricostruire la catena documentale.
Anche le cinque organizzazioni regionali esaminate — ICCAT, IOTC, WCPFC, IATTC e CCSBT — superano la soglia prevista per gli aspetti internazionali del Principio 3, relativo alla governance. Tutte mostrano però la stessa debolezza nell’indicatore dedicato a conformità e applicazione delle misure, fermo a 70 punti.
Non mancano dunque convenzioni, comitati scientifici o processi decisionali. La difficoltà è tradurre le decisioni in controlli omogenei tra Paesi, flotte e porti. Le organizzazioni regionali definiscono le misure, ma buona parte della sorveglianza, delle ispezioni e delle sanzioni dipende dagli Stati.
Per la filiera questo divario rappresenta un rischio industriale, non soltanto ambientale. Una gestione incapace di intervenire per tempo può produrre riduzioni improvvise delle quote, instabilità dell’offerta, aumento dei costi, difficoltà nei percorsi di certificazione e maggiore esposizione reputazionale.
L’evoluzione rispetto al quadro ISSF analizzato nel 2024 da Pesceinrete mostra che le valutazioni scientifiche e le procedure gestionali stanno avanzando, ma con velocità differenti tra oceani e stock.
Il rapporto non certifica i singoli prodotti
Il documento ISSF non è una lista di tonni certificati e non attribuisce automaticamente il marchio MSC a una specie, a uno stock o a un prodotto.
Si tratta di una pre-valutazione comparativa che considera il Principio 1 e gli aspetti internazionali del Principio 3. Non comprende il Principio 2, dedicato agli effetti della specifica attività di pesca sull’ecosistema, né valuta integralmente la gestione nazionale e quella della singola flotta.
Restano quindi fuori elementi decisivi come l’impatto sugli habitat, le interazioni con squali, tartarughe e altre specie vulnerabili, la perdita degli attrezzi, la pesca fantasma e le caratteristiche operative dell’unità di pesca. Uno stock in buone condizioni non rende automaticamente sostenibile ogni attività che lo sfrutta.
Il rapporto ISSF 2026-07 restituisce dunque un quadro complessivamente positivo, ma tutt’altro che definitivo. Gli stock che superano la soglia sono la maggioranza e alcuni miglioramenti sono significativi. Il vero spartiacque, tuttavia, resta la qualità della gestione.
Il quadro è complessivamente positivo, ma non basta che oggi in mare ci siano molti tonni. Servono regole chiare che permettano di pescarne meno appena compaiono i primi segnali di difficoltà, senza aspettare che lo stock entri in crisi.











