Il Consiglio consultivo per i mercati (MAC) e il Consiglio consultivo per la flotta oceanica (LDAC) chiedono alla Commissione europea controlli più rigorosi sulle importazioni di calamari provenienti dalla Cina e da altre flotte considerate ad alto rischio. La raccomandazione congiunta del 1° luglio 2026 non propone un embargo generalizzato, ma verifiche mirate delle spedizioni, audit e indagini nei casi sospetti di pesca illegale o lavoro forzato. Il nodo è impedire che controlli disomogenei tra gli Stati membri aprano varchi nel mercato unico.
Il problema non è il calamaro. È la velocità con cui questa pesca si è espansa senza che la governance internazionale riuscisse a tenere il passo.
Tra il 2017 e il 2020 lo sforzo di pesca mondiale rivolto ai calamari è aumentato di quasi il 70%. Tra il 1993 e il 2023 gli sbarchi annuali sono cresciuti di circa il 45%. La raccomandazione, richiamando dati FAO e studi scientifici, evidenzia inoltre che gran parte dell’attività si concentra in alto mare, dove diverse pesche restano non regolamentate o prive di misure vincolanti specifiche per la conservazione, la gestione e il controllo.
Tra le flotte maggiormente impegnate figurano quelle di Cina, Giappone, Corea del Sud e Taiwan. Il documento indica la flotta cinese di acque lontane come il principale motore dell’aumento della pressione globale: le sue catture di calamari sono stimate in crescita del 150% dal 2000 e rappresenterebbero oggi circa un terzo del totale mondiale. Il testo richiama inoltre studi e rapporti che segnalano o documentano casi di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, attività in aree non autorizzate e abusi ai danni degli equipaggi.
Il mercato europeo è la leva decisiva
L’Unione europea non osserva il fenomeno da lontano. Nelle categorie doganali che comprendono insieme calamari e seppie, ha rappresentato circa il 29% delle importazioni mondiali censite tra il 2020 e il 2024. La Spagna è la principale porta d’ingresso, con circa la metà dei flussi destinati al mercato europeo.
Il dato non autorizza, però, letture semplicistiche. MAC e LDAC non descrivono la Spagna come l’anello debole della catena. Al contrario, riconoscono alle autorità spagnole un’applicazione rigorosa dei requisiti di certificazione delle catture.
Nel 2024, oltre l’80% dell’approvvigionamento spagnolo di Illex proveniva da navi battenti bandiera spagnola o da flotte con partecipazione spagnola operanti in Argentina e nell’area delle Isole Falkland/Malvine. Per questa categoria, la quota proveniente dalla Cina era inferiore all’11%. La criticità non riguarda dunque indistintamente tutte le importazioni, ma determinate attività e provenienze che presentano indicatori di rischio più elevati.
Anche le classificazioni commerciali possono nascondere differenze sostanziali. Dosidicus gigas, Illex spp. e Doryteuthis gahi possono provenire da pesche regolamentate e tracciabili oppure da aree nelle quali gestione e sorveglianza restano insufficienti. Poiché gli scambi sono raramente rilevati con un dettaglio completo per specie, ricostruire il percorso del prodotto e valutarne il rischio può diventare più difficile.
Controlli basati sul rischio, non sulla bandiera
MAC e LDAC chiedono verifiche rafforzate sulle importazioni provenienti dalla Cina e, più in generale, dalle flotte che operano su stock scarsamente gestiti o non regolamentati. Le misure indicate comprendono controlli supplementari sulle partite, audit e indagini quando emergano sospetti di pesca INN o lavoro forzato.
Non si propone di considerare irregolare ogni prodotto proveniente da un determinato Paese. L’intensità dei controlli dovrebbe dipendere da elementi verificabili: area di cattura, identità e precedenti dell’imbarcazione, coerenza dei certificati, trasparenza dell’operatore, trasbordi effettuati e garanzie sulle condizioni degli equipaggi.
Quando le violazioni risultano accertate, i due Consigli chiedono di impedire l’ingresso dei prodotti nel mercato europeo. Gli strumenti giuridici devono, tuttavia, essere distinti. Nei casi previsti dalla normativa, le autorità possono rifiutare l’importazione applicando il Regolamento europeo contro la pesca INN, operativo dal 2010. Per i prodotti ottenuti mediante lavoro forzato, il riferimento specifico sarà il Regolamento (UE) 2024/3015, adottato nel 2024 e applicabile in via generale dal 14 dicembre 2027.
La linea è severa, ma non indiscriminata: nessun automatismo contro un intero Paese, nessuna tolleranza davanti a violazioni dimostrate.
CATCH deve diventare un controllo, non un archivio
Dal 10 gennaio 2026 CATCH è obbligatorio per gli operatori e le autorità europee nella gestione dei certificati di cattura relativi alle importazioni soggette al sistema europeo contro la pesca INN. La piattaforma digitalizza lo scambio delle informazioni e punta a rendere le verifiche più efficaci e armonizzate. Pesceinrete ha già approfondito cosa cambia con la nuova fase del controllo della pesca europea e perché la digitalizzazione non elimina da sola le fragilità documentali.
Un certificato inserito in una piattaforma, tuttavia, non diventa automaticamente autentico. Deve essere confrontato con l’identità della nave, l’area e il periodo di pesca, le quantità dichiarate, gli eventuali trasbordi e gli operatori coinvolti.
MAC e LDAC chiedono per questo che CATCH venga utilizzato come uno strumento effettivo di verifica e non come un semplice contenitore di documenti. Sollecitano inoltre maggiore trasparenza sulle relazioni biennali degli Stati membri e il possibile ricorso alle procedure di infrazione quando un Paese applichi ripetutamente in modo inadeguato le norme europee sui controlli alle importazioni.
È qui che emerge il rischio della frontiera più debole. Se risorse, capacità investigative e profondità delle verifiche cambiano sensibilmente da uno Stato membro all’altro, le spedizioni più problematiche possono cercare il punto d’ingresso ritenuto meno rigoroso.
La conseguenza è anche economica. Chi rispetta le regole sostiene i costi della tracciabilità, della gestione della risorsa e di condizioni di lavoro adeguate. Chi li elude può ottenere un vantaggio costruito a spese degli ecosistemi, degli equipaggi e degli operatori corretti. Il tema si inserisce nel quadro più ampio della dipendenza europea dalle forniture esterne, già analizzato da Pesceinrete nell’approfondimento su importazioni ittiche e autosufficienza dell’UE.
La dogana è l’ultima barriera, non la soluzione
I controlli alle importazioni possono fermare una partita irregolare, ma non possono sostituire la gestione della pesca in mare.
Soltanto due delle 17 organizzazioni regionali internazionali di gestione della pesca — la North Pacific Fisheries Commission e la South Pacific Regional Fisheries Management Organisation — hanno adottato misure rivolte specificamente alla conservazione e alla gestione dei calamari. Secondo MAC e LDAC, anche questi sistemi presentano carenze significative.
Le raccomandazioni chiedono valutazioni scientifiche degli stock, strategie di prelievo, maggiore condivisione dei dati e misure più robuste nelle organizzazioni regionali del Pacifico. Invitano inoltre a proseguire gli sforzi per istituire un’organizzazione regionale di gestione della pesca nell’Atlantico sud-occidentale, dove grandi flotte operano oltre le giurisdizioni nazionali senza un quadro condiviso sufficientemente efficace.
Una responsabilità diretta ricade anche sugli Stati di bandiera, chiamati a migliorare la sorveglianza delle proprie navi e a verificare il rispetto delle norme sulla pesca, sulla sicurezza e sui diritti dei lavoratori. Le imbarcazioni che operano in aree non regolamentate dovrebbero inoltre ricevere priorità nelle ispezioni portuali, applicando misure di efficacia equivalente alle navi nazionali e straniere.
Il calamaro diventa così un test della credibilità commerciale dell’Europa. L’UE dispone di regole, strumenti digitali e potere di mercato. Deve ora dimostrare che una partita ad alto rischio non possa entrare semplicemente scegliendo la frontiera più debole.
Per gli operatori responsabili non è protezionismo. È la condizione minima perché la legalità non resti un costo sostenuto soltanto da chi rispetta le regole.













