Nel 2025 i prodotti che richiamano il made in Italy, le denominazioni Dop e Igp o un’origine regionale hanno generato 13,3 miliardi di euro di vendite: +1,8% a valore, ma nessuna crescita a volume. Il nuovo Osservatorio Immagino di GS1 Italy non analizza separatamente il comparto ittico, ma consegna alla filiera un’indicazione concreta: origine e tradizione conservano forza soltanto quando sono sostenute da informazioni precise, garanzie riconoscibili e dati affidabili.
L’italianità continua a occupare uno spazio importante sulle confezioni. Non sta però aumentando le quantità vendute.
È il dato più netto della diciannovesima edizione dell’Osservatorio Immagino di GS1 Italy, che incrocia le informazioni presenti sulle etichette con le rilevazioni NielsenIQ sulle vendite nella distribuzione moderna. Lo studio riguarda 151.203 prodotti, capaci di sviluppare nel 2025 un sell-out di 57,3 miliardi di euro, in crescita dell’1,6% rispetto all’anno precedente. Il paniere rappresenta l’82,7% delle vendite del mercato osservato.
Il rapporto comprende alimentari, petfood, prodotti per la casa e per la persona. Non distingue le vendite di pesce, molluschi, crostacei, conserve o preparazioni ittiche. Presentarlo come una ricerca sui consumi di prodotti ittici sarebbe dunque scorretto.
Ma il segnale che arriva dagli scaffali riguarda da vicino anche pesca, acquacoltura e trasformazione: le parole continuano a contare, purché siano sostenute dai fatti.
L’italianità conserva valore, ma non spinge i volumi
I richiami al made in Italy, alle denominazioni Dop e Igp e alle regioni compaiono su 28.817 prodotti, per un giro d’affari di 13,3 miliardi di euro. Nel 2025 questo paniere è cresciuto dell’1,8% a valore, mentre i volumi sono rimasti invariati.
Il dato va interpretato senza forzature. L’Osservatorio non consente di attribuire l’aumento del valore ai prezzi, alla composizione dell’assortimento o a una maggiore disponibilità a pagare. Registra però un fatto: nell’insieme analizzato, il richiamo all’italianità non ha generato un aumento delle quantità acquistate.
Diverso, seppure senza accelerazioni spettacolari, è l’andamento dei prodotti accompagnati da loghi e certificazioni. Il paniere comprende 26.569 referenze, vale 10,5 miliardi di euro e cresce dell’1,2% a valore e dell’1,1% a volume.
Tra gli undici loghi monitorati compare anche Friend of the Sea, insieme, tra gli altri, a EU Organic, Fairtrade e FSC. Il dato è però aggregato: non misura l’andamento della singola certificazione e non permette di ricavare conclusioni sulle vendite del pesce certificato.
Avanza anche il paniere della qualità e della tradizione. I 6.867 prodotti che riportano espressioni come “artigianale”, “nostrano” o “lavorato a mano” hanno superato 3,5 miliardi di euro di sell-out, con incrementi del 2,6% a valore e dell’1,6% a volume.
Nell’ittico le parole devono coincidere con i fatti
Per un’impresa ittica, “italiano”, “locale”, “tradizionale” e “artigianale” possono ancora costruire identità. Diventano però fragili quando lasciano irrisolte le domande essenziali: da dove proviene la materia prima? Dove è avvenuta la lavorazione? Quale fase della filiera è realmente italiana? Quali caratteristiche distinguono il prodotto?
La questione è particolarmente delicata nei trasformati. Una conserva può essere prodotta in Italia utilizzando materia prima estera; un’azienda italiana può lavorare specie pescate in altri mari; origine dell’impresa, provenienza del prodotto e luogo di trasformazione non sono necessariamente la stessa cosa.
Non c’è nulla di anomalo in questa articolazione. Il problema nasce quando la comunicazione la nasconde dietro formule vaghe.
Nel comparto ittico, peraltro, l’informazione ha già una solida base normativa. Per le categorie di prodotti della pesca e dell’acquacoltura comprese nell’articolo 35 del Regolamento europeo sull’organizzazione comune dei mercati, devono essere indicati, tra gli altri elementi, la denominazione commerciale e scientifica della specie, il metodo di produzione, la zona di cattura o di allevamento e, per il pescato, la categoria dell’attrezzo utilizzato. Sono previste inoltre, quando applicabili, le informazioni sullo scongelamento e sul termine minimo di conservazione.
La vera opportunità non consiste quindi nell’aggiungere nuovi aggettivi alla confezione, ma nel trasformare le informazioni disponibili in una rappresentazione chiara e credibile del prodotto.
La prossima competizione passa dalla qualità dei dati
Il passaggio più innovativo dell’Osservatorio riguarda l’ingresso dell’intelligenza artificiale nei percorsi di acquisto. GS1 Italy richiama lo sviluppo dell’agentic shopping, uno scenario nel quale assistenti digitali potranno aiutare il consumatore a cercare, confrontare e selezionare i prodotti sulla base di esigenze sempre più specifiche.
In questo contesto, etichette e schede digitali non saranno soltanto superfici di comunicazione. Diventeranno fonti dalle quali piattaforme, motori di ricerca e sistemi di intelligenza artificiale ricaveranno le informazioni necessarie per classificare e proporre un alimento.
La filiera ittica parte da un patrimonio informativo potenzialmente rilevante: specie, origine, metodo di produzione, attrezzo, ingredienti, valori nutrizionali, formato, conservazione e modalità di utilizzo. Ma questi dati producono valore soltanto se sono corretti, coerenti, aggiornati e condivisibili.
Come già approfondito da Pesceinrete sul ruolo delle etichette digitali nell’e-commerce alimentare, online il consumatore non può prendere in mano la confezione. La pagina prodotto deve sostituire quella esperienza con immagini affidabili e informazioni complete.
L’intelligenza artificiale leggerà ciò che le imprese sapranno dichiarare
Un assistente digitale potrà cercare un prodotto pescato in una determinata area, allevato con uno specifico metodo, disponibile in un certo formato o accompagnato da una certificazione. Potrà trovarlo soltanto se quelle informazioni esistono, sono strutturate correttamente e coincidono nei diversi punti di contatto.
Un dato riportato in modo diverso sulla confezione, nel catalogo del distributore e nel sito aziendale non è un dettaglio tecnico. È una crepa nella fiducia e, domani, potrebbe diventare anche una causa di minore visibilità digitale.
Pesceinrete aveva già affrontato il tema raccontando le soluzioni di GS1 Italy Servizi pensate per fornire all’intelligenza artificiale dati verificati e aggiornati. Il nuovo Osservatorio conferma che quella direzione non riguarda più soltanto gli specialisti della tecnologia: entra direttamente nella capacità di un prodotto di essere riconosciuto, confrontato e scelto.
Per il settore ittico la conclusione è semplice. L’italianità resta una leva, la tradizione resta un patrimonio e le certificazioni possono rafforzare la fiducia. Ma il valore non nasce da ciò che un’azienda dichiara di essere: nasce dalla sua capacità di dimostrarlo senza lasciare zone d’ombra.













