Nel 2023 il consumo apparente di prodotti della pesca e dell’acquacoltura nell’Unione europea è sceso a 10,25 milioni di tonnellate, pari a 22,9 chilogrammi pro capite: il valore più basso dell’ultimo decennio. Dietro la contrazione emerge una trasformazione più profonda. Gli europei consumano pesce meno frequentemente a casa, cercano prodotti semplici da preparare e incontrano un’offerta sempre più costruita attorno alle specie capaci di garantire continuità, volumi programmabili e prezzi relativamente prevedibili. L’Italia conserva consumi elevati, ma la sua tenuta passa sempre più attraverso nuovi formati, promozioni e sostituzioni all’interno della categoria ittica.
Il calo europeo non racconta tutto
Per comprendere come sta cambiando il consumo di pesce in Europa non basta osservare il prezzo. Bisogna guardare anche ciò che arriva sullo scaffale, il formato in cui viene proposto e il tempo che richiede per essere cucinato.
Il nuovo studio EUMOFA, datato luglio 2026, combina dati di mercato, quattro rilevazioni Eurobarometro condotte tra il 2016 e il 2024, una revisione della letteratura e 28 interviste a operatori di sei Stati membri: Italia, Spagna, Francia, Polonia, Paesi Bassi e Austria.
Tra il 2014 e il 2023 il consumo apparente europeo è diminuito da 12,94 a 10,25 milioni di tonnellate in equivalente peso vivo, con una flessione del 21%. Il dato pro capite è passato da 25,5 a 22,9 chilogrammi, perdendo circa il 10%.
Il termine “consumo apparente” richiede però una precisazione. L’indicatore viene calcolato sommando catture, produzione acquicola e importazioni e sottraendo le esportazioni. Non misura direttamente quanto pesce viene acquistato o mangiato dalle famiglie, ma stima la quantità disponibile per il consumo interno.
La direzione indicata dai numeri trova comunque conferma nelle abitudini dichiarate. Tra il 2016 e il 2024 la quota di europei che consuma prodotti ittici a casa almeno una volta alla settimana è scesa dal 40% al 29%. Aumentano, invece, le frequenze più occasionali.
Anche i criteri di acquisto stanno cambiando. Nel 2024 il prezzo è diventato il primo fattore considerato, indicato dal 55% degli intervistati, davanti all’aspetto del prodotto, compresa la freschezza percepita, fermo al 52%. La facilità e il tempo di preparazione sono saliti da circa il 20% del 2016 al 25%.
Il prezzo resta decisivo, ma da solo non basta a spiegare il mercato.
Nel 2023 il salmone è rimasto la singola specie più consumata nell’Unione europea, con oltre un milione di tonnellate di consumo apparente, pur non appartenendo alla fascia più economica. Rispetto al 2014, il consumo di merluzzo è invece diminuito del 43%, mentre quello dei gamberi tropicali è aumentato del 17%.
Disponibilità, riconoscibilità, varietà dei formati e semplicità di utilizzo possono pesare quanto il costo al chilogrammo. Il consumatore non sceglie necessariamente il prodotto meno caro. Spesso sceglie quello che trova con continuità, conosce già e sa preparare senza incertezze.
Quando l’offerta orienta la domanda
Il passaggio più interessante dello studio riguarda il rapporto tra assortimento e comportamento di acquisto. La distribuzione non si limita a seguire la domanda: attraverso le proprie scelte contribuisce a orientarla.
Nel 2024 il 79% degli intervistati ha dichiarato di acquistare prodotti ittici nei negozi alimentari, nei supermercati o negli ipermercati. I mercati tradizionali sono scesi a poco più del 14%, perdendo oltre dodici punti percentuali rispetto al 2016. Pescherie e negozi specializzati conservano un ruolo importante, ma in diversi Paesi diminuiscono i punti vendita e diventa più difficile reperire personale qualificato per i banchi assistiti.
La grande distribuzione deve programmare approvvigionamenti, promozioni e assortimenti. È quindi portata a privilegiare prodotti con forniture regolari, prezzi relativamente stabili, pezzature uniformi e possibilità di essere confezionati o lavorati in formati diversi.
Salmone, tonno, gamberi e pollock d’Alaska rispondono bene a queste esigenze. Molte specie locali o stagionali, disponibili in quantità più variabili, risultano invece più difficili da inserire stabilmente negli assortimenti nazionali.
La competitività, dunque, non dipende più soltanto dalla materia prima. Contano la confezione, la grammatura, il servizio e la capacità del prodotto di entrare nella routine quotidiana.
A rafforzare questa dinamica è la dipendenza europea dalle forniture estere. Secondo EUMOFA, circa il 70% dei prodotti ittici consumati nell’Unione è coperto dalle importazioni. Il tasso di autosufficienza è appena dell’1% per il salmone, dello 0% per il pollock d’Alaska, del 5% per il merluzzo e dell’11% per i gamberi.
La conseguenza è una maggiore centralità delle specie globali, sostenute da filiere capaci di garantire continuità, grandi volumi e disponibilità durante tutto l’anno.
Il quadro richiede però una lettura prudente. Tra il 2014 e il 2023, in 16 Stati membri è diminuita la quota di consumo concentrata sulle tre specie principali. Non esiste quindi una riduzione uniforme della varietà consumata in tutta Europa.
La standardizzazione segnalata dagli operatori riguarda soprattutto la parte più strutturata e visibile del mercato: le specie sulle quali distribuzione, industria e ristorazione possono costruire assortimenti permanenti, campagne promozionali e prodotti replicabili.
Il rischio è anche culturale. Quando arretrano il banco assistito, la pescheria e il mercato tradizionale, diminuiscono le occasioni per conoscere la stagionalità, distinguere le specie meno note e imparare a preparare il pesce intero.
L’Italia tiene, ma cambia dentro la categoria
Nel confronto europeo l’Italia mostra una resistenza superiore a quella degli altri grandi mercati. Tra il 2014 e il 2023 il consumo apparente pro capite è aumentato del 5%, passando da 28,9 a circa 30,3 chilogrammi. EUMOFA colloca così il Paese tra i mercati caratterizzati da consumi elevati e in crescita.
Guardando ai volumi complessivi, tuttavia, il quadro è più stabile che espansivo. Dopo il picco precedente alla pandemia, il consumo apparente italiano si è assestato intorno a 1,7-1,8 milioni di tonnellate in equivalente peso vivo.
L’Italia, dunque, non sta vivendo un boom. Ha mostrato piuttosto una maggiore capacità di assorbire le crisi senza abbandonare il prodotto ittico.
Tradizione gastronomica e percezione del pesce come alimento salutare continuano a sostenere la domanda. Ma la stabilità dei volumi nasconde cambiamenti concreti.
Durante la fase inflazionistica, secondo le evidenze raccolte nello studio, le famiglie italiane hanno reagito soprattutto modificando le proprie scelte all’interno della categoria: quantità più contenute, specie meno costose, maggiore ricorso alle promozioni e passaggi tra fresco, surgelato e conserve.
Tra il 2018 e il 2024 gli acquisti domestici si sono mantenuti complessivamente intorno alle 570 mila tonnellate. Il fresco ha continuato a rappresentare la quota principale, oscillando tra il 45% e il 53%. Nello stesso periodo sono aumentati del 10% i prodotti surgelati e dell’8% quelli secchi e salati, mentre le conserve hanno risentito maggiormente degli aumenti di prezzo.
Salmone e tonno continuano a guadagnare spazio, sostenuti dalla disponibilità, dalla varietà delle presentazioni e dalla diffusione nella ristorazione, compreso il segmento sushi. Spigole e orate beneficiano della regolarità garantita dalle filiere acquicole. Cozze, vongole e piccoli pelagici mantengono invece una posizione importante grazie al loro radicamento nella cucina italiana.
Anche il canale di vendita pesa. Nel 2024 la grande distribuzione ha concentrato il 64% dei volumi ittici acquistati dalle famiglie, contro il 23% del commercio tradizionale.
La cultura alimentare continua a proteggere una parte della diversità italiana, ma deve confrontarsi con consumatori che hanno meno tempo, minori competenze di preparazione e una maggiore attenzione agli sprechi.
Semplificare senza impoverire l’offerta
La lezione per la filiera è chiara. Il mercato non chiede soltanto pesce meno costoso. Chiede meno ostacoli tra lo scaffale e il piatto.
Pulizia, porzionatura, istruzioni di cottura, conservabilità, confezioni adeguate e ricette semplici possono determinare la scelta quanto la specie o l’origine. Quando queste risposte mancano, il consumatore riduce la frequenza di acquisto oppure si concentra sui pochi prodotti che conosce già.
La soluzione non può però essere una completa omologazione dell’assortimento. Rendere il pesce più semplice non significa ridurre il mercato a salmone, tonno e gamberi. Significa portare praticità anche sulle specie locali e stagionali, adattandole alla vita quotidiana senza cancellarne identità e differenze.
Anche la sostenibilità deve essere letta senza retorica. Gli aspetti ambientali, sociali ed etici stanno guadagnando attenzione, soprattutto tra i consumatori più giovani, ma nel 2024 sono stati indicati come criterio di acquisto dal 17% degli europei. Restano quindi secondari rispetto a prezzo, aspetto e praticità.
Il loro peso è già maggiore nei rapporti tra imprese e distribuzione, dove certificazioni e politiche di approvvigionamento possono determinare l’accesso al mercato.
Il consumatore chiede più informazioni, ma rischia di trovarsi davanti a etichette e messaggi difficili da trasformare in una decisione. La trasparenza funziona soltanto quando diventa comprensibile e utile.
Il futuro dei consumi ittici non dipenderà quindi da una generica esortazione a mangiare più pesce. Dipenderà dalla capacità della filiera di ampliare realmente la scelta, rendendo accessibili anche le specie che oggi rischiano di rimanere ai margini.
Perché la domanda decisiva non è soltanto quanto pesce mangeremo. È quale pesce riuscirà ancora ad arrivare sullo scaffale in una forma che le persone sappiano riconoscere, acquistare e cucinare.













