Tra gennaio e maggio 2026 l’Unione europea ha importato 412.501 tonnellate di salmone per 3,237 miliardi di euro, rispettivamente +8% e +5% rispetto allo stesso periodo del 2025. Nei mercati monitorati da EUMOFA, nello stesso intervallo, gli acquisti domestici di salmone fresco hanno raggiunto 76.219 tonnellate, contro 70.105 nel 2025, mentre il prezzo medio retail è sceso da 18,79 a 18,35 euro/kg. Importazioni e consumi appartengono a perimetri statistici differenti, ma restituiscono un segnale convergente: il salmone sta guadagnando volume senza una crescita proporzionale dei valori unitari.
Il nuovo Monthly Highlights di EUMOFA dedica al salmone uno degli approfondimenti più strutturati del rapporto, mettendo insieme importazioni extra-UE, Paesi di origine, principali hub europei e andamento degli acquisti domestici.
La lettura più interessante per la filiera non riguarda quindi un singolo indicatore. È l’incrocio tra maggiore disponibilità di prodotto, crescita dei volumi acquistati e riduzione dei prezzi medi a definire il quadro della prima parte del 2026.
Il salmone cresce mentre l’import ittico europeo rallenta
Il confronto con l’intero mercato rende la dinamica ancora più evidente.
Tra gennaio e maggio 2026 le importazioni extra-UE complessive di prodotti della pesca e dell’acquacoltura sono diminuite del 6% in volume e dell’1% in valore, fermandosi a 2,509 milioni di tonnellate per 12,704 miliardi di euro. Il valore unitario medio è invece aumentato del 6%.
I salmonidi si muovono nella direzione opposta: +7% in volume e +5% in valore, per 426.269 tonnellate e 3,331 miliardi di euro. Il salmone da solo rappresenta il 97% del valore importato della categoria.
Limitando l’analisi al salmone, le quantità importate passano dalle 382.995 tonnellate del gennaio-maggio 2025 alle 412.501 tonnellate del 2026, mentre il valore sale da 3,085 a 3,237 miliardi di euro.
Il punto economico è netto: i volumi aumentano più rapidamente del valore. Mentre l’import ittico europeo nel suo insieme si contrae, il salmone continua quindi ad ampliare il proprio spazio sul mercato.
Norvegia dominante, ma crescono anche origini alternative
La struttura degli approvvigionamenti resta fortemente concentrata.
La Norvegia copre il 76% dei volumi di salmone importati dall’UE, con 312.584 tonnellate nei primi cinque mesi del 2026, il 5% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Le Isole Faroe rappresentano il 6% e aumentano le forniture del 10%.
Più dinamico il quadro delle origini minori. L’Islanda passa da 12.101 a 21.046 tonnellate, +74%, mentre le forniture dal Regno Unito scendono del 20%. EUMOFA rileva inoltre aumenti dei volumi provenienti da Cile (+91%) e Cina (+12%), su basi comunque molto inferiori rispetto a quella norvegese.
Nei principali mercati d’ingresso emerge inoltre una pressione al ribasso sui valori unitari. In Svezia le importazioni di salmone aumentano del 12%, a 223.429 tonnellate, mentre il prezzo diminuisce del 3%. Nei Paesi Bassi i volumi crescono del 25%, a 37.139 tonnellate, con un prezzo inferiore del 6%. In Danimarca scendono invece sia le quantità, -3%, sia il prezzo, -1%.
La dipendenza dalla Norvegia varia sensibilmente: il prodotto norvegese rappresenta il 99,9% delle importazioni svedesi, il 63% di quelle danesi e il 32% di quelle olandesi. Nei Paesi Bassi l’Islanda raggiunge anch’essa il 32% e le Isole Faroe il 24%.
Le famiglie acquistano più salmone a un prezzo medio inferiore
Il secondo segnale arriva dal consumo domestico. EUMOFA monitora gli acquisti di salmonidi freschi in dieci Stati membri: Danimarca, Francia, Germania, Irlanda, Italia, Paesi Bassi, Polonia, Portogallo, Spagna e Svezia. Non si tratta quindi dell’intero consumo dell’UE, ma del perimetro dei Paesi per i quali sono disponibili dati comparabili. Per Italia, Irlanda, Portogallo e Spagna il monitoraggio a livello di specie riguarda il salmone.
Nei mercati considerati, gli acquisti domestici di salmone fresco tra gennaio e maggio sono passati da 55.583 tonnellate nel 2024 a 70.105 nel 2025 e 76.219 nel 2026.
Nello stesso periodo il prezzo retail medio segue una traiettoria inversa: 19,71 euro/kg nel 2024, 18,79 nel 2025 e 18,35 nel 2026.
In due anni il campione monitorato registra quindi oltre 20.600 tonnellate aggiuntive di acquisti nei primi cinque mesi, mentre il prezzo medio diminuisce di 1,36 euro/kg.
È probabilmente il passaggio più rilevante dell’intera analisi. Il salmone sta aumentando la propria capacità di assorbimento nei mercati osservati proprio mentre il prezzo medio pagato dalle famiglie arretra.
EUMOFA evidenzia inoltre una stagionalità molto marcata, con un forte picco degli acquisti nel mese di dicembre, legato al periodo natalizio. Il dato invita quindi a leggere i risultati gennaio-maggio come fotografia della prima parte dell’anno, senza trasformarli in una previsione sull’andamento dei mesi successivi.
Per la filiera italiana il nodo diventa il valore
L’Italia rientra tra i mercati nei quali EUMOFA monitora il consumo domestico di salmone, ma il rapporto non fornisce in questa sezione una serie nazionale sufficientemente dettagliata da attribuire al nostro Paese la crescita registrata dall’aggregato. Il dato europeo non va quindi trasferito automaticamente al mercato italiano.
Per buyer, importatori, trasformatori e distribuzione italiani, tuttavia, la dinamica europea ha una conseguenza leggibile.
Quando la disponibilità aumenta più rapidamente del valore e i prezzi medi retail si riducono mentre crescono gli acquisti, il tema non è più soltanto assicurarsi prodotto. Diventa decisivo quanto valore la filiera riesca a costruire attorno a quel prodotto attraverso assortimento, formati, segmentazione, servizio e posizionamento.
Non è una previsione sui prezzi futuri, né implica che tutti i mercati nazionali si comporteranno allo stesso modo. È la lettura economica dei dati disponibili: nella prima parte del 2026 il salmone cresce quantitativamente in un mercato ittico europeo che, nel complesso, importa meno.
Ed è proprio questa la peculiarità che emerge dal nuovo quadro EUMOFA. Più salmone entra nell’UE, aumentano gli acquisti domestici nei mercati monitorati e il prezzo medio retail scende. La sfida per la filiera si sposta così dalla capacità di assorbire nuovi volumi alla capacità di trasformarli in valore.













