La diffusione delle risposte generate dall’intelligenza artificiale sta modificando il modo in cui aziende e prodotti vengono scoperti online. La GEO, o Generative Engine Optimization, prova a intercettare questo cambiamento, ma non sostituisce la SEO. Per i brand seafood la priorità resta costruire contenuti originali, informazioni verificabili e una presenza digitale tecnicamente accessibile, perché non esiste un sistema che garantisca la citazione di un’azienda nelle risposte AI.
Per anni la visibilità online è stata misurata soprattutto attraverso una domanda: dove compare un sito nei risultati di Google? Oggi la questione si sta allargando. Una ricerca può terminare con una risposta elaborata dall’intelligenza artificiale, nella quale informazioni provenienti da più fonti vengono selezionate, sintetizzate e presentate direttamente all’utente.
Le aziende se ne sono accorte. Secondo Branding e-volution 2026, ricerca realizzata da UPA e POLIMI School of Management, il 70% degli advertiser ritiene che in futuro la comunicazione dei brand dovrà essere pensata anche per gli algoritmi. Il 42% dichiara di stare già rivedendo le strategie SEO e SEM in ottica GEO, mentre un ulteriore 23% sta esplorando il tema senza avere ancora definito una strategia. L’AI generativa viene intanto utilizzata dal 31% degli intervistati per la produzione di contenuti, dal 26% per copy, immagini e video pubblicitari e dal 22% per segmentazione e targeting.
Per la filiera ittica il punto interessante non è quindi aggiungere un’altra sigla al vocabolario del marketing. È capire che cosa serve davvero perché un’impresa, un prodotto o una competenza possano emergere quando la ricerca passa dall’elenco dei risultati alla costruzione di una risposta.
La GEO cresce, ma Google ridimensiona la corsa alle nuove formule
GEO significa Generative Engine Optimization, espressione utilizzata per descrivere le attività orientate a migliorare la visibilità nelle esperienze di ricerca basate sull’intelligenza artificiale.
La crescita dell’attenzione verso questo tema è evidente nei dati UPA-POLIMI. Ma proprio mentre le aziende cominciano a riorganizzare le proprie strategie, Google introduce una precisazione importante.
Nella guida dedicata all’ottimizzazione per le funzionalità di AI generativa nella Ricerca, Google Search Central afferma che le tradizionali best practice SEO continuano a essere pertinenti anche per AI Overviews e AI Mode. I sistemi generativi della Ricerca utilizzano infatti i principali sistemi di ranking e qualità di Google per recuperare contenuti pertinenti dal proprio indice.
Questo significa che, almeno nell’ecosistema Google, non esiste oggi una strada separata che renda improvvisamente superata la SEO.
Non servono pagine scritte apposta per l’intelligenza artificiale
Il chiarimento diventa ancora più netto quando Google affronta alcuni dei miti che stanno accompagnando l’affermazione di GEO e AEO, Answer Engine Optimization.
Non occorre creare un markup specifico per essere visibili nelle funzionalità AI di Google, né è richiesto uno schema.org speciale. Google sconsiglia inoltre di riscrivere i contenuti esclusivamente per i sistemi generativi o di moltiplicare le pagine nel tentativo di coprire ogni possibile formulazione di una domanda. La produzione su larga scala finalizzata a manipolare ranking o risposte AI può, al contrario, entrare in conflitto con le politiche antispam del motore di ricerca.
La conseguenza è rilevante anche per le aziende seafood: la GEO non dovrebbe diventare una nuova corsa alla quantità.
L’indicazione di Google punta nella direzione opposta. Contenuti utili, originali e specifici per il pubblico, una struttura tecnica che permetta ai motori di accedere alle pagine e informazioni capaci di aggiungere qualcosa rispetto a ciò che è già disponibile sul web restano elementi centrali.
Non c’è, soprattutto, alcuna garanzia di apparire in una risposta generata dall’AI semplicemente perché una pagina rispetta queste condizioni. Google precisa che neppure indicizzazione e pubblicazione nei risultati sono garantite.
Per il seafood il vantaggio può nascere da ciò che gli altri non possono copiare
Qui il tema diventa specificamente interessante per la filiera ittica.
Un produttore, un’impresa di acquacoltura, un trasformatore, un distributore o un fornitore di tecnologie possiedono spesso informazioni che non sono semplicemente reperibili replicando contenuti presenti altrove: dati produttivi, conoscenza delle specie, risultati ottenuti sul campo, caratteristiche delle lavorazioni, analisi dei mercati serviti, documentazione tecnica, sperimentazioni, competenze professionali e informazioni generate lungo la filiera.
È questo patrimonio a poter diventare strategico.
Google indica esplicitamente tra gli elementi utili per la ricerca generativa i contenuti capaci di offrire un punto di vista originale e un valore che non sia intercambiabile con quello di centinaia di altre pagine.
Per un’azienda seafood la differenza è sostanziale. Pubblicare l’ennesimo testo generico sui benefici del pesce, sulla sostenibilità o sulla qualità di un prodotto aggiunge poco a un ecosistema informativo già saturo. Documentare invece un processo, spiegare una tecnologia applicata alla produzione, pubblicare risultati verificabili, fornire dati originali o chiarire un problema tecnico della filiera significa mettere online qualcosa che altri soggetti non possono semplicemente riscrivere.
È qui che AI, autorevolezza e competenza aziendale iniziano realmente a incontrarsi.
La disponibilità crescente di dati lungo la supply chain può rafforzare questo processo. La digitalizzazione della tracciabilità nella filiera della pesca sta aumentando quantità e continuità delle informazioni associate ai prodotti: il passaggio successivo per le imprese sarà capire quali di questi dati possano avere anche un valore informativo, tecnico o commerciale.
Il rischio è produrre per gli algoritmi e dimenticare chi deve leggere
La ricerca UPA-POLIMI individua quindi correttamente un cambiamento: una parte crescente delle aziende sta iniziando a considerare anche gli algoritmi tra i destinatari indiretti della propria presenza digitale. I risultati completi sono disponibili nel documento ufficiale di Branding e-volution 2026.
Ma la risposta non sembra essere quella di scrivere contenuti “per l’AI”.
Google continua a indicare come priorità le persone: contenuti leggibili, pertinenti, originali, affidabili e costruiti attorno a ciò che il pubblico può realmente trovare utile.
Per il seafood questa indicazione ha un peso particolare. È un settore nel quale la competenza tecnica è elevata, ma spesso rimane all’interno dell’azienda, nei rapporti commerciali, nei laboratori, negli stabilimenti, nelle procedure produttive o nell’esperienza degli operatori.
Portare online quella conoscenza può valere più che inseguire l’ennesima tecnica di ottimizzazione.
La novità della ricerca generativa sta quindi meno nella necessità di “parlare agli algoritmi” e più nell’aumento della competizione per essere riconosciuti come una fonte utile quando gli algoritmi cercano informazioni da utilizzare.
Per i brand seafood la domanda da porsi cambia di conseguenza. Non soltanto quanto siamo visibili?, ma abbiamo qualcosa di abbastanza preciso, originale e autorevole da meritare di essere utilizzato come fonte?













