Nel 2026 la quota complessiva di merluzzo artico nordorientale è stata fissata a 285.000 tonnellate, il 16% in meno rispetto al 2025 e il livello più basso dal 1991. La riduzione si riflette già sui flussi norvegesi: a luglio l’export di merluzzo selvatico fresco è diminuito del 47% rispetto allo stesso mese del 2025, mentre quello allevato è quasi raddoppiato. Sul congelato, nello stesso mese, le spedizioni norvegesi verso l’Unione europea sono scese del 43%.
Per trasformatori, distributori e buyer europei il merluzzo sta diventando una materia prima più difficile da gestire. Quando diminuiscono le quantità disponibili, aumenta la competizione tra mercati e si restringe la possibilità di compensare rapidamente eventuali carenze attraverso nuovi volumi.
Il dato che definisce il quadro 2026 arriva dal Mare di Barents. Norvegia e Russia hanno fissato il TAC del merluzzo artico nordorientale a 285.000 tonnellate, contro le 340.000 del 2025. Alla Norvegia spettano 139.827 tonnellate. La riduzione rientra in una gestione più restrittiva dello stock, dopo il deterioramento osservato negli ultimi anni.
La contrazione non arriva quindi inattesa. Nel primo semestre era già emersa attraverso il calo dei volumi di merluzzo fresco e congelato nell’export ittico norvegese. I dati più recenti aggiungono però un elemento ulteriore: insieme alla quantità disponibile sta cambiando anche la composizione dell’offerta.
Meno selvatico, più spazio per il merluzzo allevato
A luglio 2026 la Norvegia ha esportato complessivamente 2.189 tonnellate di merluzzo fresco, il 7% in più rispetto allo stesso mese del 2025. Il dato aggregato nasconde però due andamenti opposti.
Le esportazioni di merluzzo selvatico fresco sono diminuite del 47%, fermandosi a 674 tonnellate, mentre quelle di merluzzo allevato sono cresciute del 96%, raggiungendo 1.514 tonnellate.
La distanza è ancora più evidente in valore: 132 milioni di corone norvegesi per il prodotto allevato contro 59 milioni per il selvatico. Il merluzzo da acquacoltura ha così rappresentato il 69% del valore complessivo dell’export norvegese di merluzzo fresco nel mese.
Il dato va letto correttamente. Luglio si colloca fuori dalla principale stagione di pesca del merluzzo selvatico norvegese e il peso relativo dell’allevato tende quindi ad aumentare. Non dimostra una sostituzione strutturale tra pesca e acquacoltura, ma evidenzia una possibilità concreta: quando la disponibilità del selvatico diminuisce, il prodotto allevato può occupare una parte maggiore dell’offerta di fresco.
La riduzione si vede anche nei flussi verso l’Unione europea
Sul congelato il segnale è differente. A luglio la Norvegia ha esportato 2.516 tonnellate di merluzzo congelato, un volume complessivo sostanzialmente stabile rispetto all’anno precedente. Sono cambiate, però, le destinazioni.
Le spedizioni verso l’Unione europea sono diminuite del 43% in volume, fermandosi a 467 tonnellate, mentre sono aumentati i flussi diretti verso Regno Unito e Cina.
Un singolo mese non permette di parlare di una perdita strutturale di prodotto per il mercato comunitario. Mostra però quanto possa diventare più competitiva l’allocazione della materia prima quando i quantitativi disponibili sono limitati.
Una parte del merluzzo norvegese raggiunge inoltre l’Europa attraverso Paesi che svolgono funzioni di lavorazione e redistribuzione, tra cui Danimarca, Paesi Bassi, Polonia e Lituania, per poi essere riesportata verso mercati di consumo come Francia, Germania, Spagna, Belgio e Italia. La riduzione alla fonte può quindi propagarsi lungo più passaggi della filiera.
La scarsità riapre la partita tra i pesci bianchi
Quando diminuisce l’offerta di una materia prima centrale, per l’industria non basta individuare una specie meno costosa. Merluzzo, eglefino, pollock e nasello non sono perfettamente intercambiabili: cambiano caratteristiche del filetto, pezzature, rese, disponibilità e risposta alle diverse lavorazioni.
Anche le possibilità di sostituzione dipendono dal prodotto finale. Un preparato impanato o trasformato può offrire margini diversi rispetto a un filetto venduto con una precisa indicazione di specie e origine.
In questo quadro c’è un dato 2026 che merita particolare attenzione. Mentre il TAC del merluzzo artico nordorientale scende del 16%, quello dell’eglefino sale del 18%, raggiungendo 153.293 tonnellate. La quota norvegese è pari a 76.345 tonnellate.
La divergenza non trasforma automaticamente l’eglefino nel sostituto del merluzzo, ma aumenta la disponibilità di una specie commercialmente vicina proprio mentre quella del merluzzo diminuisce. È una variabile che trasformatori e buyer possono valutare nella programmazione degli acquisti.
I contingenti sono indicati nell’accordo di pesca norvegese-russo per il 2026, che fissa le nuove quote per i principali stock condivisi nel Mare di Barents.
Per la filiera conta sempre di più la continuità della materia prima
La pressione sui prezzi resta elevata. A luglio il prezzo all’export del clipfish intero di merluzzo norvegese ha raggiunto 211 corone al chilogrammo, un nuovo massimo storico, in un mercato condizionato dalla minore disponibilità della materia prima e dagli elevati prezzi di sbarco.
Ma per la filiera europea la questione più importante precede ormai il prezzo. Con un TAC ai minimi dal 1991, la disponibilità stessa del merluzzo diventa una variabile nelle decisioni di acquisto.
Il selvatico continuerà a occupare una posizione centrale nel mercato europeo, ma nel 2026 la quantità disponibile proveniente dal principale stock del Mare di Barents si riduce ancora. Nel frattempo il merluzzo allevato aumenta il proprio peso nel fresco e altre specie presentano dinamiche di offerta differenti.
Il mercato dei pesci bianchi non sta semplicemente affrontando un merluzzo più caro. Sta imparando a lavorare con meno merluzzo selvatico disponibile.













